Esiste da un po’ di tempo. Il suo genoma risale allo scorso 5 ottobre, quando la variante indiana del coronavirus, denominata B.1.617, è stata isolata per la prima volta nel Maharashtra, lo stato dell’India Centro-occidentale dove si trova Mumbai, l’ex Bombay. Ma solo ora che la situazione del Paese asiatico spaventa il mondo, è partita la corsa ai ripari. Sono già diversi gli Stati in allerta che hanno sospeso i collegamenti aerei con l’India, e anche l’Italia ha chiuso i confini a chi negli ultimi 14 giorni è stato in questa nazione, come annunciato ieri dal ministro della Salute Roberto Speranza, per scongiurare la diffusione della variante. Tuttavia, non è ancora noto fino a che punto questa temuta evoluzione del virus stia guidando la seconda drammatica ondata di Covid nel Subcontinente.

Quanto è diffusa la variante indiana

L’esatta stima della sua prevalenza in India è limitata dal sequenziamento virale che non è diffuso in tutto Paese, ostacolando di fatto la comprensione di quanto lontano e rapidamente si stia diffondendo questa variante. Tra gennaio e marzo 2021, è stata rilevata in 220 dei 361 campioni processati nello stato del Maharashtra e, nel frattempo, secondo il database globale di Gisaid, questa stessa versione mutata è stata individuata in almeno 20 Paesi al di fuori dell’India, di cui 8 in Europa.

La mappa della diffusione della variante indiana B.1.617 nel mondo al 22 aprile 2021 / Gisaid
in foto: La mappa della diffusione della variante indiana B.1.617 nel mondo al 22 aprile 2021 / Gisaid

Nella sola Gran Bretagna, dove ogni settimana si processano oltre diecimila campioni, sono stati identificati 278 casi di Covid-19 legati alla variante indiana, di cui 213 nell’ultimo mese. Ad oggi, questa mutazione è stata rilevata anche in Germania, Belgio, Stati Uniti, Australia e Singapore, e casi sporadici sono stati segnalati in Svizzera, Irlanda, Olanda, Grecia e Italia (1 caso a Firenze e 2 in Veneto). Secondo l’ultimo rapporto della Public Health England (PHE), l’Agenzia governativa del Dipartimento della Sanità e dell’Assistenza sociale del Regno Unito, quella indiana è classificata come “variant under investigation (VUI)” e finora non è stata inserita tra le “varianti di preoccupazione (VOC)” – che attualmente sono quattro: la variante inglese (B.1.1.7); la sudafricana (B.1.315), la giapponese ex Manaus (P.1) e la variante inglese mutata (B.1.1.7 con E484K).

Fino a che punto è pericolosa?

Ad oggi non ci sono ancora studi conclusivi che indichino una maggiore trasmissibilità, sebbene alcune mutazioni lascino presumere una capacità di diffusione piuttosto elevata. I cambiamenti presenti a livello della proteina Spike suggeriscono infatti due notevoli eccezioni rispetto alle versioni di Sars-Cov-2 maggiormente diffuse a livello globale. Per questo motivo, la variante indiana è stata definita a “doppia mutazione”, ovvero che presenta due principali sostituzioni (tra le 15 osservate a livello della sequenza codificante della proteina Spike): la prima è denominata L452R, una modifica riscontrata anche nella variante californiana (B.1.427) e che alcuni esperimenti di laboratorio indicano che possa migliorare la capacità di legame di Spike al recettore ACE2 che il virus sfrutta per legare le cellule e penetrare al loro interno, portando a un aumento dell’infettività.

La seconda mutazione, denominata E484Q, interessa invece un amminoacido in posizione 484, analogamente a quanto osservato nelle varianti sudafricana, brasiliana e nella versione inglese con mutazione E484K, sebbene rispetto alla lisina (K) di queste tre varianti mostri invece una glutammina (Q) al posto dell’acido glutammico (E). Come spiegavamo anche qui, questa mutazione potrebbe aiutare il virus ad eludere almeno parzialmente il riconoscimento da parte degli anticorpi diretti contro il virus originario. Tuttavia, un nuovo studio pubblicato in preprint su BioRxiv rassicura su questa possibilità, indicando che la capacità di neutralizzazione nei confronti di B.1.617 è analoga a quella osservata per le varianti di preoccupazione quando testata sia con gli anticorpi presenti nel plasma dei guariti sia delle persone che hanno ricevuto il vaccino indiano Covaxin.

Tuttavia, alcuni esperti temono che la variante indiana possa evolvere ulteriormente, trasformandosi in una sorta di “super mutante”. Un’ipotesi in parte legata alla scoperta di tre distinti sub-cluster di variante indiana, denominati B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3 e caratterizzati da diversi profili di mutazione a livello della proteina Spike. Sulla base dei dati finora disponibili, la sub-variante indiana 1 presenta un gran numero di sequenze condivise con la variante originaria, incluse le mutazioni L452R e E484Q; la sub-variante 2 mostra invece un differente profilo di mutazione, carente di E484Q; mentre la sub-variante 3 presenta le mutazioni L452R e E484Q, mostrando però un profilo diverso dalla variante originaria. Questo suggerisce la rapida evoluzione in contesti di grande diffusione, dunque l’importanza della continua sorveglianza genomica e degli appropriati interventi di salute pubblica (mascherine, distanziamento e igiene delle mani) per prevenire che l’aumento della trasmissione porti all’emergere di ulteriori mutazioni. Per ora, la loro diffusione è limitata a qualche centinaio di casi in Europa e migliaia nel mondo ma, nel momento in cui il virus è lasciato libero di correre, è chiaro che lo scenario può cambiare, determinando nuove condizioni.