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Covid 19
29 Aprile 2021
14:03

La variante brasiliana fino al 240% più contagiosa e fino al 46% più resistente agli anticorpi

Attraverso un sofisticato modello di apprendimento automatico basato sui dati genomici della variante brasiliana (P.1) del coronavirus e dei dati epidemiologici (come i tassi di mortalità) nella città di Manaus, dove il ceppo è emerso a novembre del 2020, un team di ricerca internazionale ha determinato che questo lignaggio è fino a 2,4 volte più trasmissibile e fino al 46% più capace di resistere agli anticorpi neutralizzanti.
A cura di Andrea Centini
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La variante brasiliana P.1 del coronavirus SARS-CoV-2 è fino a 2,4 volte più trasmissibile del ceppo originale del emerso a Wuhan e di altri lignaggi emergenti. Inoltre avrebbe una capacità di eludere gli anticorpi neutralizzanti indotti da una precedente infezione (causata da un ceppo differente) fino al 46 percento maggiore. Ciò spiegherebbe la catastrofe umanitaria che si sta verificando sin dalla fine dello scorso anno nella popolosa città di Manaus, in Amazzonia, dove la variante brasiliana è stata identificata per la prima volta a novembre del 2020. Si sta infatti verificando una seconda ondata ben peggiore della prima, con un numero significativo di reinfezioni. L'aspetto più incredibile della vicenda risiede nel fatto che l'amministrazione locale, a causa della durissima prima ondata, riteneva che fosse stata addirittura raggiunta l'immunità di gregge nella città, con oltre il 75 percento dei cittadini già infettati e dunque portatori di anticorpi. Ma l'apparizione di una variante così contagiosa ed elusiva ha letteralmente travolto queste convinzioni, falcidiando un numero enorme di vite e portando al collasso il sistema sanitario.

A quantificare la trasmissibilità e l'elusività della variante brasiliana P.1 (conosciuta anche come Variant of Concern 202101/02 e 20J / 501Y.V3) è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati della Scuola di Salute Pubblica dell'Imperial College di Londra, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della Facoltà di Medicina dell'Università di San Paolo del Brasile, del Dipartimento di Zoologia dell'Università di Oxford, dell'Istituto di Biologia Evolutiva dell'Università di Edimburgo, del CDL Laboratório Santos e Vidal di Manaus e di numerosi altri centri di ricerca. Gli scienziati, coordinati dal professor Nuno R. Faria, docente presso l'Abdul Latif Jameel Institute for Disease and Emergency Analytics dell'ateneo londinese, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a punto un modello matematico dinamico (di apprendimento automatico) basato sia sui dati genomici relativi alla variante brasiliana che sui tassi di mortalità rilevati nella città di Manaus. Sono stati inclusi in tutto 184 campioni di dati legati al sequenziamento genetico.

Incrociando tutte le informazioni è emerso che la variante brasiliana potrebbe essere fino 2,4 volte più trasmissibile rispetto agli altri ceppi del coronavirus, inoltre è stato determinato che essa possa essere in grado di eludere tra il 10 e il 46 percento dell'immunità acquisita attraverso un'infezione precedente (da ceppo differente dal P.1). La ragione delle notevoli contagiosità ed elusività risiede nelle 17 mutazioni che la caratterizzano, tre delle quali localizzate sulla proteina S o Spike del coronavirus (K417T, E484K e N501Y). La più preoccupante di tutte è considerata la E484K, una mutazione di “fuga immunitaria” presente anche nella variante sudafricana: sarebbe quella legata alla resistenza agli anticorpi. La mutazione N501Y, presente anche nella variante inglese, sarebbe invece quella più legata alla maggiore trasmissibilità.

“La nostra analisi mostra che P.1 è emersa a Manaus intorno a novembre 2020. È passata da non essere rilevabile nei nostri campioni genetici a rappresentare l'87 percento dei campioni positivi in sole sette settimane. Da allora si è diffusa in molti altri stati del Brasile e in molti altri Paesi in tutto il mondo”, ha dichiarato in un comunicato stampa il coautore dello studio Samir Bhatt. Attraverso il modello basato sull'apprendimento automatico è stato possibile determinare le significative differenze con gli altri ceppi del patogeno pandemico, sebbene i risultati siano da confermare da ulteriori studi. “In qualità di ricercatori, dobbiamo essere cauti nell'estrapolare questi risultati e ritenere che siano applicabili in qualsiasi altra parte del mondo. Tuttavia, i nostri risultati sottolineano il fatto che in molti Paesi è necessaria una maggiore sorveglianza delle infezioni e dei diversi ceppi del virus per tenere completamente sotto controllo la pandemia”, ha concluso il professor Bhatt. I dettagli della ricerca “Genomics and epidemiology of the P.1 SARS-CoV-2 lineage in Manaus, Brazil” sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Science.

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