Tra i misteri della biologia umana ve n'è uno incontrovertibile e che, curiosamente, non ha eguali nel regno animale: nella nostra specie, infatti, le femmine vivono più a lungo dei maschi. Benché alcuni studi smentiscano che sia sempre andata così, come una ricerca pubblicata su Proceedings of the National Academy of Sciences che indicava nel tardo XIX secolo l'inizio di questa separazione, oggi il dato è acclarato e dimostrabile da una pletora di indagini statistiche, come lo Human Mortality Database, che prende in esame i dati di trentotto paesi spingendosi sino al 1716 per la Francia. In Italia, ad esempio, secondo i dati del Cia World Factbook del 2014, un uomo ha un'aspettativa di vita media di 79,4 anni, mentre una donna arriva a 84,82 anni; in Giappone, patria degli ultracentenari, si passa invece dagli 80 anni per gli uomini agli 88 per le donne. Il segreto della longevità femminile ad oggi non è stato ancora svelato, tuttavia numerosi studi hanno proposto valide e interessanti ipotesi, spesso corroborate da dati statistici. L'ultimo in ordine cronologico giunge dall'Università dell'Alabama di Birmingham, dove un pool di ricercatori coordinati dai professori Steven Austad e Kathleen Fischer ha proposto un'affascinante teoria, legata all'insorgenza di alcuni specifici problemi di salute sofferti in età adulta.

Partendo dal presupposto che i fattori ormonali giochino un ruolo fondamentale, così come la maggiore efficienza del sistema immunitario femminile, la risposta allo stress ossidativo e la differente distribuzione cromosomica (XY per gli uomini, XX per donne), l'elisir di lunga vita del gentil sesso potrebbe essere legato ad alcune patologie del sistema connettivo, che nella nostra specie è noto per rispondere agli ormoni sessuali femminili. Le donne, infatti, sono più inclini a soffrire di problemi articolari e alle ossa, come l'artrosi, l'osteoporosi e il mal di schiena, che in alcuni casi si presentano in forma decisamente più seria rispetto agli uomini. “Uno degli aspetti più sconcertanti della differenza biologica di genere – scrivono Austad e Fischer – è che le donne, in media, rispetto agli uomini hanno una salute più precaria nel corso della propria vita”. Insomma, si tratterebbe di un vero e proprio paradosso che andrà approfondito con ulteriori indagini.

Studiando in laboratorio i modelli di longevità di alcune specie come il nematode Caenorhabditis elegans, il moscerino da frutta Drosophila melanogaster e il topo, il team di Austad e Fischer conta di rilevare le differenze di genere nella fisiologia cellulare e molecolare del processo di invecchiamento, una comprensione che potrebbe essere utile allo sviluppo di farmaci per contrastare l'avanzare del tempo. I risultati dello studio condotto dall'Università dell'Alabama sono stati pubblicati su Cell Metabolism.

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