Credit: NASA/Clouds AO/SEArch
in foto: Credit: NASA/Clouds AO/SEArch

Alla fine di luglio il rover Perseverance della NASA verrà lanciato verso Marte, e nei prossimi anni sarà impegnato in una nuova, affascinante missione a caccia delle prove di vita aliena. Del resto, la scoperta di acqua ghiacciata a pochi centimetri dalla superficie del Pianeta Rosso – così come di fonti idrotermali su Encelado (luna di Saturno) ed Europa (luna di Giove) – aumenta le probabilità che microorganismi extraterrestri possano essere presenti su questi mondi lontani. Ma cosa accadrebbe se gli uomini impegnati in future missioni spaziali dovessero entrare in contatto con virus, batteri e altri potenziali agenti patogeni alieni, e se accidentalmente fossero riportati sulla Terra?

La risposta, com'è facilmente prevedibile, è nulla di buono. Si rischia infatti una pandemia dagli esiti imprevedibili e potenzialmente catastrofici. La ragione risiede nel fatto che, qualora questi microorganismi esistessero davvero, molto probabilmente sarebbero basati su “mattoni della vita” (amminoacidi) diversi da quelli presenti sulla Terra, con tutto ciò che ne conseguirebbe in termini di risposta immunitaria in caso di aggressione. Trattandosi di molecole sconosciute, infatti, la risposta risulterebbe decisamente meno pronta, sia in termini di riconoscimento che di efficacia.

A indicarlo è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Istituto di Scienze Mediche presso l'Università di Aberdeen e del Medical Research Council Centre for Medical Mycology dell'Università di Exeter, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Centro Medico dell'Università Radboud (Paesi Bassi) e del Life and Medical Sciences Institute (LIMES) dell'Università di Bonn (Germania). Gli scienziati, coordinati dal professor Neil Gow, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto un esperimento con modelli murini (topi), esponendoli a peptidi – frammenti di proteine/amminoacidi – molto rari sulla Terra.

Nello specifico, Gow e colleghi hanno voluto osservare la risposta immunitaria delle cellule di un mammifero a molecole con le quali non sono abitualmente in contatto, per simulare un eventuale contaminazione da parte di un agente patogeno alieno. Hanno così esposto alcuni topi agli amminoacidi isovalina e acido α-aminoisobutirrico, normalmente presenti sui meteoriti e rarissimi sul nostro pianeta. La risposta immunitaria, com'era prevedibile, è stata decisamente meno efficace del solito. Pur avendo riconosciuto il “nemico”, i livelli di attivazione delle cellule T del sistema immunitario sono risultati essere compresi tra il 15 e il 61 percento, mentre quando si tratta di amminoacidi presenti sulla Terra la risposta è compresa tra l'82 percento e il 91 percento. Una eventuale infezione, di conseguenza, sarebbe stata decisamente più aggressiva e potenzialmente letale.

“La nostra indagine ha mostrato che gli exo-peptidi venivano ancora elaborati e le cellule T erano ancora attivate, tuttavia le risposte erano meno efficienti rispetto ai peptidi terrestri ‘ordinari'”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Gow. “Pertanto – ha proseguito lo scienziato – ipotizziamo che il contatto con microrganismi extraterrestri possa rappresentare un rischio immunologico per le missioni spaziali che mirano a recuperare organismi da esopianeti e lune”. Insomma, riportarli sulla Terra e farli diffondere potrebbe dar vita a una pandemia dagli esiti devastanti per l'umanità e per le altre specie della biosfera terrestre. I dettagli della ricerca “A Weakened Immune Response to Synthetic Exo-Peptides Predicts a Potential Biosecurity Risk in the Retrieval of Exo-Microorganisms” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica microorganism.