I ricercatori della University of Cambridge hanno portato a termine la prima sessione di osservazioni globali relative al mantello terrestre, rilevando che quello strato che avvolge il cuore del nostro Pianeta, dallo spessore di circa 3.000 chilometri, è molto diverso da come lo immaginavano i geologi trent'anni fa.

Un database dei movimenti della Terra

Il gruppo si è servito di oltre 2.000 misurazioni per osservare il flusso di materiali in movimento nel mantello, analizzando le variazioni nei fondali oceanici di tutto il mondo: in questo modo è stato possibile ricostruire un database globale dei movimenti del mantello ed evidenziare come questi abbiano un'influenza decisamente significativa sul modo in cui appare la Terra oggi. La circolazione delle rocce, infatti, determina la formazione delle montagne ed è all'origine del vulcanesimo e di altri fenomeni sismici che caratterizzano i siti collocati al centro delle placche tettoniche, come ad esempio le Hawaii.

Uno yo-yo al rallentatore…

Il concetto di tettonica delle placche è familiare a molti, anche ai non "addetti ai lavori": secondo questo modello, alcuni movimenti delle placche rigide sulle quali poggiano i Continenti creano terremoti e attività vulcanica in corrispondenza delle zone di confine. In aggiunta a ciò, però, il nostro Pianeta è protagonista di un altro fenomeno.

Le differenze di temperatura esistenti tra le diverse zone del mantello (più vicini si è al nucleo, più i gradi aumentano fino a superare i 4.000) unite alle altissime pressioni, causano lo spostamento delle rocce interne secondo moti convettivi, i quali funzionano sostanzialmente come l'acqua che bolle all'interno di una pentola. Questi movimenti caotici premono sulla crosta terrestre verso il basso e verso l'alto: immaginate qualcosa di molto simile ad uno yo-yo per farvi un'idea, spiegano gli autori del lavoro.

Certo, è ovvio che stiamo parlando di uno yo-yo che segue i tempi geologici, ben diversi da quelli umani: ma nell'arco di milioni di anni, il movimento del mantello provoca l'innalzamento o l'abbassamento della superficie anche di diverse centinaia di metri.

… Ma non troppo

Quello che lo studio ha evidenziato, dunque, è che i movimenti sono molto meno lenti di quanto si reputava fino ad oggi. Conclusioni che hanno importanti implicazioni estendibili a numerosi campi del sapere: ad esempio, sul modo in cui gli scienziati mappano la circolazione oceanica del passato, influenzata dalla rapidità con cui il pavimento oceanico si muove verso l'alto o verso il basso, bloccando così la strada alle correnti oceaniche. Ma non solo. Le ipotesi relative alla stabilità delle calotte glaciali o ai cambiamenti climatici del passato andrebbero certamente riviste alla luce della nuova scoperta e potrebbero suggerire scenari molto diversi da quelli ritratti fino ad oggi.

I dettagli del lavoro sono illustrati in un articolo della rivista Nature Geoscience.

[In apertura: immagine via Flickr di Argonne National Laboratory]