A partire dagli anni '90 del secolo scorso, la Grande Barriera Corallina australiana ha perduto metà dei suoi preziosissimi coralli, sia quelli di grandi dimensioni che quelli medi e piccoli. Questo impressionante crollo demografico ha avuto un impatto significativo non solo sulla capacità riproduttiva dei coralli stessi, ma anche sull'abbondanza e la varietà di pesci, crostacei, molluschi e altri animali marini che popolano il “reef”, nascondendosi e cercando nutrimento trai suoi labirintici anfratti.

Il motore principale di questo disastro ambientale risiede nell'innalzamento delle temperature dell'acqua, dovuto ai cambiamenti climatici innescati dalle attività umane, che continuano a immettere in atmosfera enormi quantitativi di gas a effetto serra (principalmente anidride carbonica, CO2). L'acqua più calda determina infatti un fenomeno ben conosciuto dai biologi marini chiamato “sbiancamento dei coralli”; in parole semplici, fa fuggire le alghe unicellulari che vivono in simbiosi coi coralli, dalle quali dipendono per il nutrimento. I coralli privi delle alghe si sbiancano e restano inerti, come scheletri; il processo è reversibile se le alghe fanno ritorno al proprio posto, tuttavia, quando l'aumento delle temperature è costante ciò non accade, e i coralli vengono letteralmente condannati a morire di fame.

A calcolare la drammatica perdita di coralli negli ultimi 30 anni è stato un team di ricerca australiano dell'ARC Center of Excellence for Coral Reef Studies (CoralCoE) dell'Università James Cook, da anni in prima linea nel combattere le minacce che incombono sulla Grande Barriera Corallina, Patrimonio Mondiale dell'Umanità dell'UNESCO che si estende per 2.300 chilometri a largo della costa del Queensland, nell'Australia nordorientale. Gli scienziati, coordinati dai professori Andreas Dietzel e Terry P. Hughes, hanno analizzato i dati sulle dimensioni delle colonie tra il 1995 e il 2017, rilevando che praticamente tutte le specie di coralli sono state vittime del processo di sbiancamento e del conseguente crollo delle popolazioni.

“Il declino si è verificato sia in acque poco profonde che in acque più profonde, e praticamente in tutte le specie, ma soprattutto nei coralli ramificati e a forma di tavola. Questi sono stati i più colpiti dalle temperature record che hanno innescato lo sbiancamento di massa nel 2016 e nel 2017”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Terry Hughes. “Abbiamo riscontrato che il numero di coralli piccoli, medi e grandi sulla Grande Barriera Corallina è diminuito di oltre il 50% dagli anni '90”, ha aggiunto lo scienziato. Alle drammatiche ondate di calore del 2016 e 2017, che hanno interessato la porzione centrale e settentrionale della Grande Barriera Corallina, se ne è aggiunta una all'inizio del 2020 che ha colpito la parte meridionale. Fino a quest'anno era rimasta praticamente ‘indenne' dal fenomeno dello sbiancamento.

Gli scienziati sono particolarmente preoccupati poiché non sanno quanto effettivamente sia resiliente la barriera corallina, cioè quale sia la sua capacità di recupero in presenza di una tale diminuzione. L'assenza di grandi coralli, che gli scienziati chiamano ‘mamme', determina anche quella di milioni di piccoli coralli, che sono il motore per far crescere forte e rigogliosa la comunità. Alla luce di questi dati, ancora una volta i ricercatori esortano ad abbattere al più presto le emissioni di gas a effetto serra. I dettagli della ricerca “Long-term shifts in the colony size structure of coral populations along the Great Barrier Reef” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Biological Sciences.