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L’uomo che sconfisse l’HIV

Tre anni fa il cosiddetto “paziente di Berlino” fu la prima persona a guarire completamente dall’infezione di HIV. Ora si è vicini a scoprire come replicare quel successo.
A cura di Roberto Paura
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C’è una persona, nel mondo, che è riuscita a sconfiggere la malattia virale più insidiosa del mondo: l’HIV, che nel suo stadio finale di infezione provoca l’AIDS, la sindrome da immunodeficienza acquisita. È l’unica che si conosca e nei circoli scientifici è indicata come “il paziente di Berlino”: qualche anno fa fu sottoposto a un trapianto di midollo osseo a Berlino, essendo affetto, oltre che dalla positività all’HIV, dalla leucemia. I medici tedeschi prevedevano di riuscire a curare definitivamente la leucemia attraverso il trapianto, ma non si sarebbero mai aspettati di vedere scomparire del tutto dall’organismo anche il virus dell’HIV. E invece così è stato. Oggi sappiamo che si chiama Timothy Ray Brown, residente a San Francisco, e che da quel giorno non ha più preso farmaci antiretrovirali, poiché a tutte le analisi successivi è risultato sempre HIV-negativo.

Il paziente di Berlino – Che cosa è successo quel giorno nella clinica di Berlino? È successo che il sistema immunitario di Timothy, completamente provato dal virus e dalla leucemia, è stato sostituito da un nuovo sistema immunitario proveniente dal midollo osseo del donatore. I nuovi linfociti T, le cellule immunitarie che costituiscono il target privilegiato dell’HIV, avevano però qualcosa di diverso: una mutazione genetica piuttosto rara, posseduta da circa l’1% dei caucasici, quasi da nessuno delle altre razze umane, rende i linfociti T letteralmente impermeabili al virus. Di fatto, l’HIV non può più invadere l’organismo, che ne respinge l’invasione. Ciò che è successo a Timothy è qualcosa di estremamente raro e quasi impossibile da ripetere. Sarebbe necessario resettare completamente il sistema immunitario di un paziente, prima di sostituirlo con un sistema immunitario a prova di virus: una cosa non proprio ortodossa, e piuttosto pericolosa. Timothy era stato costretto a farlo, perché il problema principale in quel momento non era l’HIV, ma la leucemia. Non solo: la sua fortuna è stata nel fatto che i medici di Berlino siano riusciti a trovare nella banca degli organi un midollo osseo compatibile che possedesse la rara mutazione genetica.

La mutazione anti-HIV – Eppure, forse un modo per ottenere lo stesso risultato senza trapianti di midollo c’è. Alcuni trial clinici sono già in corso su pazienti HIV-positivi, e i primi risultati arriveranno l’anno prossimo. Si tratta di un sistema messo a punto da Carl June e Bruce Levine, immunologi dell’Università della Pennsylvania, che si sono avvalsi dei servizi di un’avanzatissima azienda di biotecnologia – guarda caso – di San Francisco. Il sistema parte dalla scoperta della mutazione che rende i linfociti T impermeabili all’HIV. Infatti, sappiamo che il virus penetra nelle cellule immunitarie attraverso una porta sempre aperta, una proteina presente sulla superficie cellulare chiamata “recettore CCR5”. Si tratta di chiudere quella porta. Il modo migliore per farlo è intervenire sul codice genetico, andando cioè a “spegnere” il gene responsabile della codificazione di quella proteina. Per riuscirci, i ricercatori hanno estratto i linfociti T dall’organismo di pazienti affetti da HIV, sottoponendoli in vitro a una raffinata operazione di taglia-e-cuci per silenziare il gene in questione. In pratica si ottengono cellule immunitarie senza recettore CCR5, come avviene naturalmente in quell’1% della popolazione caucasica, per questo immune all’HIV.

Trial clinici in corso – Quello che accade, perlomeno in vitro, cioè in una coltura in laboratorio, è che i linfociti T mutati resistono all’infezione, mentre quelli non mutati vengono gradualmente uccisi dall’HIV. Però, ed è questa la cosa più importante, i nuovi linfociti T sono in grado di prendere il posto delle vittime, normalizzando il sistema immunitario anche dopo l’esposizione al virus. Al momento sono in corso trial clinici su pazienti HIV-positivi nei quali sono stati iniettati i linfociti T senza recettore: è presto per dire cosa sia successo al virus, ma le analisi mostrano un significativo aumento dei linfociti nel sangue, la qual cosa va nella giusta direzione, poiché significa che i nuovi linfociti si stanno riproducendo e non cadono sotto i colpi dell’HIV. A questo punto scatta la fase più delicata: sarà interrotta la somministrazione di farmaci antiretrovirali ai pazienti, per verificare se l’organismo è in grado di sconfiggere autonomamente e definitivamente l’infezione virale. Un primo risultato positivo è stato già ottenuto con un paziente che però godeva di un piccolo “aiuto” naturale, avendo già di per sé un gene mutante che bloccava il recettore CCR5 (ne sono però necessari due affinché l’organismo si possa definire immune all’HIV). Se tutto andrà bene, probabilmente non ci sarà più bisogno di farmaci antiretrovirali, per tutta la vita: l’intervento – del tutto indolore, perché richiede solo una punturina – sarà costoso, in quanto solo avanzati laboratori di biotecnologia potranno operare la mutazione selettiva in vitro dei linfociti T, ma comunque il tutto sarà meno costoso di una terapia di farmaci che dura tutta la vita. Per l’HIV i giorni potrebbero essere contati.

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