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Alcuni anni fa, nel 2003, nell’isola indonesiana di Flores all’interno di una caverna, un gruppo di ricercatori indonesiani ed australiani, riportò alla luce i resti di uno scheletro abbastanza integro nelle varie parti e di un cranio, assieme alle ossa, conservate peggio, di altri otto individui; da allora sarebbe iniziato un lungo dibattito tra gli scienziati che, ancora oggi, non sembra avviarsi verso una soluzione definitiva.

Il reperto che maggiormente attirò l’attenzione fu il cranio, non completamente fossilizzato, appartenente ad una donna di età intorno ai trent’anni, vissuta all’incirca 18 000 anni addietro. Vista la sua datazione è facile supporre che essa abbia convissuto con l’homo sapiens che, stando a quanto si ritiene comunemente, fece la propria comparsa 200 000 anni fa in Africa Orientale. Cosa, allora, ha destato tanta curiosità?

Senza dubbio la capacità della scatola cranica, che misura 380 centimetri cubi ed è, dunque, di molto inferiore a quella del Sapiens; a questo si unisce un’altezza inferiore al metro. Per tale ragione, in un primo momento, gli scopritori ribattezzarono informalmente col nome di hobbit i  membri di questa specie ormai estinta, che scientificamente prese il nome homo floresiensis. Gli studiosi indonesiani chiamavano lo scheletro familiarmente Ebu Gogo, leggendaria creatura della tradizione locale, di bassa statura e a metà strada tra la scimmia e l’uomo che rubava il cibo e rapiva i bambini degli abitanti di Flores, almeno fino al 1700, quando si ritiene che l’ultimo ominide sia stato ucciso e, dunque, la sua intera specie distrutta e sterminata.

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Leggende a parte, negli ultimi mesi si era arrivati, più o meno unanimemente, a sostenere che l’homo floresiensis appartenesse comunque ad  una specie ben distinta da quella dell’homo sapiens, comparsa forse prima, forse dopo l’homo habilis; fino a qualche mese fa, quando una ricerca pubblicata da PNAS, giornale ufficiale della United States National Academy of Science, ha nuovamente rimesso in dubbio questo assunto e riacceso le polemiche tra gli scienziati.

Le dimensioni di quel cranio, secondo Ralph Halloway della Columbia University, sarebbero semplicemente appartenenti ad una persona affetta da microcefalia. Per giungere a questa conclusione, i ricercatori avrebbero, per prima cosa fatto ricorso alla risonanza magnetica per valutare dimensioni di capacità cranica e rapporti tra le varie parti del cervello, in 139 bambini di cui 21 microcefali. Successivamente hanno misurato la capacità di crani appartenenti a 89 uomini, microcefali e non, 17 homo erectus, 4 di australopiteco ed, infine, quello dell’homo floresensis, osservando, così, infine, che i dati relativi a quest’ultimo non rientrano nelle variazioni possibili né dell’homo sapiens, né dell erectus, ma sono perfettamente allineabili a quelli degli uomini affetti da microcefalia.

Pronta è arrivata la risposta da parte degli altri scienziati interessati all’argomento: Peter Brown dell’Università del New England sostiene che non è stato preso minimamente in considerazione il rapporto tra corpo e cervello che, viceversa, rivestirebbe un’importanza fondamentale; Dean Falk della Florida State University ha messo in dubbio le misurazioni che, a suo dire, potrebbero essere risultate falsate dalle incrostazioni e dalle crepe presenti sul cranio; altri ancora sostengono che, in verità, non è stata tenuta in debito conto la somiglianza del fossile con l’australopiteco. Insomma, per il momento l’unica cosa certa è il dibattito: forse solo l’analisi del DNA potrebbe dare una risposta definitiva ma, effettivamente, non è ancora certo che sarà possibile estrarlo dai resti, a causa delle temperature elevate a cui questi sono stati sottoposti durante lo scavo. (fonte Le Scienze)