Siamo animali, nient'altro che animali. E, in quanto tali, sottoposti alle leggi ferree della natura individuate nell'800 da Charles Darwin. E proprio nella settimana in cui ricorre la nascita del grande naturalista britannico, viene pubblicato dalla rivista Evolution uno studio curato da due ricercatrici che mette in luce come all'interno della nostra specie sarebbe tutt'ora in atto una selezione naturale: e come questa selezione avverrebbe ancora sulla base dei nostri geni.

Meno figli, più in salute

È vero, la competizione per le risorse non può essere più la stessa nelle nostre società moderne; e poi abbiamo imparato a controllare le nascite e a ridurre la mortalità infantile, mentre molte malattie sono state debellate e non incidono più in maniera disastrosa sulle comunità umane. Per fare qualche esempio: le studiose hanno osservato come, mentre soltanto il 67% dei bambini nati in Finlandia nel decennio 1860-70 sopravviveva riuscendo a raggiungere l’età adulta, già negli anni ’40 questa cifra era salita al 94%. Nel corso dello stesso periodo, le donne sono passate da una media di cinque figli a 1.6 bambini ciascuna. Ciononostante il fattore ereditario nella vita di ciascuno non è diminuito: secondo la dottoressa Virpi Lummaa, della britannica University of Sheffield, e la dottoressa Elisabeth Bolund della svedese Uppsala University, le differenze genetiche continuano ad alimentare l’evoluzione esattamente come accadeva nei secoli scorsi.

Tutto effetto della società?

Per giungere a questa conclusione, le studiose hanno raccolto ed analizzato dati demografici ricavabili dai registri delle Chiese, per ottenere una panoramica che partisse dall'inizio del XVIII secolo e giungesse fino ai giorni nostri. Incrociando gli alberi genealogici per diverse generazioni di oltre 10.000 individui, hanno cercato di determinare in che misura la variazione di un tratto poteva essere riconducibile a caratteristiche genetiche o, piuttosto, a influenze ambientali; e quanto i tratti chiave del successo evolutivo abbiano ancora un peso sull'essere umano nell'ambito di una società modernizzata. Hanno così verificato che, tra il XVIII e il XIX secolo, la variabilità tra individui (intesa in termini di durata della vita, numero di figli, età dei primi e degli ultimi parti delle donne) era ascrivibile ai geni per una percentuale compresa tra 4 e 18. Tutto il resto era da spiegarsi in virtù di diversi aspetti legati al quadro ambientale.

Il maggiore peso della genetica nella modernità

Addirittura, sottolineano le ricercatrici, l'influenza genica sull'età media riproduttiva e sulla dimensione della famiglia tende effettivamente ad essere più alta negli ultimi tempi: questo significa che la moderna società umana può ancora rispondere alla selezione naturale e che sono sempre i nostri geni a giocare un ruolo chiave nell'evoluzione, oggi un po' più che in passato. Forse, spiega la dottoressa Bolund, perché nella contemporaneità la maggiore libertà individuale finisce proprio per favorire le predisposizioni genetiche di ciascuno: la mancanza di influenze culturali e normative, che in molti casi si rivelavano estremamente stringenti, può portare ad una migliore espressione delle differenze genetiche, in qualche modo. Su altri tratti, come la longevità, non tuttavia è intervenuta una maggiore influenza della base genetica.

Un modello di evoluzione per la nostra specie?

I risultati del lavoro possono essere importanti per cercare di comprendere come l'uomo si troverà ad affrontare sfide vecchie e nuove, come le epidemie o l'invecchiamento della popolazione e la diminuzione della fertilità. Certo, mettere a punto dei pattern di selezione naturale è comunque impossibile, così come impossibile sarebbe andare oltre le proiezioni per le generazioni più prossime: anche in questo caso, quindi, l'uomo si limiterà ad osservare cosa è in grado di fare la natura, cercando al contempo di comprenderne le logiche e i segreti ed affascinanti meccanismi.