emozioni ed espressioni nei libri del xx secolo

Nella società della comunicazione l'espressione delle proprie emozioni è diventata un aspetto progressivamente meno rilevante nell'esistenza dei singoli: un'osservazione (e un paradosso) che, a livello generale, echeggia ormai da anni per bocca di sociologi ed antropologi e che sembra aver trovato la sua manifestazione più forte ed evidente nella produzione letteraria degli ultimi decenni. Chiuso all'interno del proprio individualismo, strappato a quei legami che per secoli hanno costituito la base solida e (quasi) immutabile del consorzio umano, l'uomo occidentale ha finito anche per dimenticare quello strumento privilegiato per la comunicazione del proprio “flusso di coscienza”, che è la scrittura: o meglio ne ha completamente stravolto forma e funzioni, lasciando sempre più sullo sfondo pallidi sentimenti e scolorita emotività.

Da sempre la letteratura riflette non soltanto pulsioni ed esperienze del singolo scrivente che, chino sul foglio, parla silenziosamente ad un uditorio a lui ignoto; ciascun libro è, al tempo stesso, frutto e specchio del mondo in cui esso stesso si inscrive, laddove l'inquadramento storico si rende molto spesso necessario per comprendere al meglio tutte le sfumature di significato più o meno nascoste tra le righe. Il XX secolo non ha fatto eccezione a questa regola, dando vita ad una produzione che sembra essersi contraddistinta e caratterizzata, soprattutto verso la fine di questo, per l'avarizia dei sentimenti: un'avarizia le cui tracce sarebbero visibili, semplicemente, nella scarsezza di tutti quei termini che appartengono alla sfera emozionale. Per osservare tale particolare fenomeno si è resa necessaria una accurata analisi statistica sull'uso del lessico: un'indagine probabilmente impossibile (o comunque estremamente laboriosa) fino a pochi anni fa, ma che oggi può beneficiare della tecnologia in grado di fornire un aiuto fondamentale nel lavoro.

In un articolo pubblicato dalla rivista PLOS ONE, un gruppo di studiosi, guidato da Alberto Acerbi dell'Università di Bristol, descrive modalità e risultati di una ricerca condotta navigando in un flusso immenso di parole alla ricerca di quelle più rappresentative degli stati d'animo: sfruttando il database di Google Books, con i suoi oltre cinque milioni di volumi digitalizzati, sono stati selezionati i libri editi tra il 1900 ed il 2000 negli Stati Uniti e in Gran Bretagna. Rabbia, Tristezza, Disgusto, Paura, Gioia e Sorpresa, già precedentemente utilizzate in uno studio simile condotto nel Regno Unito, sono state ricercate in quella immensa mole di dati. Ne è emerso, in primo luogo, come comprensibilmente i grandi eventi storici sono in grado di orientare la prevalenza di alcuni sentimenti su altri: per intenderci, i primi due decenni del novecento esprimevano tutta l'euforia, la felicità, a tratti la frivolezza, che sarebbe andata incontro ad un collasso grave e profondo prima con la grande depressione e, successivamente, con la catastrofe della seconda guerra mondiale. In seguito, ad esempio, gli anni '60 videro la gioia riaffacciarsi dalle pagine dei libri, una gioia destinata ad una visibile contrazione nell'arco dei decenni successivi.

Andando più nel dettaglio, tuttavia, le osservazioni non si esauriscono con queste (in parte ovvie) considerazioni: quel che emerge con (preoccupante?) evidenza è la netta diminuzione dell'uso di parole utilizzate per la descrizione di stati d'animo: un calo nella frequenza che, va sottolineato, non è in alcun modo riconducibile ad altri fattori, come ad esempio nell'incremento della produzione di saggistica e di libri di argomento tecnico-scientifico, poiché è perfettamente visibile anche qualora si prendano in esame soltanto le opere di narrativa. Inevitabilmente, ad esempio, con il drastico mutamento del concetto di pudore e decoro che gli anni '60 hanno messo in campo, è scomparso del tutto il sentimento del disgusto. E mentre gli autori statunitensi diventano sempre più intimisti, prendendo progressivamente le distanze dalla scrittura britannica, finiscono però per dominare espressioni dell'interiorità maggiormente orientate verso il narcisismo e l'egocentrismo, lasciando in un angolo sempre più piccolo tutte le emozioni derivanti dal confronto con l'altro e con gli altri: molto spazio, così, viene dato ai pronomi personali di prima persona singolare, mentre le parole che designano l'interazione sociale o il dialogo diventano sempre più rare e preziose.

L'uomo arido e pieno di paure del XX secolo

munch

Conseguenza drammatica e logica dell'isolamento progressivo dell'io è, invece, l'emergere di una paura sempre più pressante e difficile da domare, allontanare, zittire: accade così che, a partire in particolar modo dagli anni '70, le angosce, la disperazione e tutte i termini riconducibili alla sfera semantica della paura diventano la sola espressione di emozioni che trova posto tra le pagine della letteratura. L'uomo, non più capace di comprendere e comprendersi, perso in una realtà circostante e in stati d'animo dei quali non possiede più una chiave che consenta di identificare e conoscere, diventa facile preda di paure che costituiscono i sentimenti più forti che sembra esperire nel corso della propria esistenza. Spaventato dinanzi ad una vita che sembra aver smarrito senso ed orientamento, costantemente pronto a comunicare, e al tempo stesso incapace di farlo, l'uomo moderno sembra rispecchiarsi perfettamente nei libri che narrano le sue vicissitudini dell'ultimo secolo: e forse questo è un segnale del fatto che la direzione presa avrebbe bisogno di una lieve "aggiustatina", se si vuole aiutare lo spaventato uomo di Munch a scendere dal ponte di quella nave diretta non si sa bene dove.