Il trasferimento di Miguel Pajares, il missionario contagiato in Liberia e deceduto in Spagna.
in foto: Il trasferimento di Miguel Pajares, il missionario contagiato in Liberia e deceduto in Spagna.

Gli Stati Uniti intensificano il proprio impegno contro l'epidemia di Ebola, agendo sia laddove il virus si è maggiormente diffuso, sia in patria. Decisioni che se da un lato confortano – sul motivo poco incoraggiante del "meglio tardi che mai" – dall'altro sembrano dimostrare che l'epidemia è ben lungi dall'essere tenuta sotto controllo. Joanne Liu, presidente di Medici Senza Frontiere, aveva osservato qualche giorno fa che "gli stati si sono sostanzialmente uniti in una coalizione all'inazione" e da più parti si contesta agli stati non coinvolti direttamente dal "problema" di quanto avessero tardato nel prestare il proprio aiuto. L'epidemia si estende, le frontiere del contagio si avvicinano, ma ora, più veloce del virus, si muove la paura.

Profilassi negli Usa. Nonostante il CDC (Centers for Disease Control and Prevention), organismo di controllo sulla sanità pubblica americana, abbia precisato che "non siamo a conoscenza di contagi da virus Ebola in patria (ad eccetto dei due cittadini americani che sono stati evacuati negli Stati Uniti )", ha anche avvertito che "ora è arrivato il momento di prepararci, dal momento che è possibile che individui affetti da ebola nell'Africa occidentale viaggino negli Stati Uniti mostrando i segni e sintomi del virus". La dichiarazione è parte delle istruzioni inviate dallo stesso CDC agli ospedali del paese, anche quelli più piccoli. L'obiettivo dichiarato è quello di fare in modo che "ogni ospedale possa garantire l'individuazione di un paziente affetto da ebola e di proteggere il personale sanitario in moto tale che possa prendersi cura del paziente e agire in maniera coordinata". I responsabili delle strutture sanitarie al momento di un ricovero sospetto, secondo le indicazioni del CDC, dovranno compilare un report con i seguenti dettagli:

  • indicazione dei pazienti in cui l'infezione è sospettata o confermata;
  • report su isolamento, quarantena ed esposizione;
  • forniture e criticità logistiche;
  • lo stato del personale e le decisioni politiche sui piani di emergenza.

Intervento degli Usa in Africa. I morti sono oltre 2.500, le persone infettate quasi 5.000 e, prima che si riesca a mettere sotto controllo la malattia, secondo l'Oms si potrebbe arrivare a 20.000 contagi. Su quest'ultimo dato è intervenuto Bruce Aylward, assistente del direttore generale dell'Oms, che ha spiegato che magari 20.000 "non sembrano così tanti", ma ha anche aggiunto che un numero contenuto nelle "decine di migliaia" sarebbe il risultato soltanto di una risposta internazionale tempestiva. L'Onu nel frattempo cerca di dare una risposta coordinata adeguata al pericolo e allo sforzo necessario per contrastarlo. Giovedì 18 settembre Ban Ki-moon, segretario generale delle Nazioni Unite, proporrà a New York una "coalizione per la risposta globale" all'epidemia. Gli Usa, intanto, hanno inviato nell'Africa Occidentale 3.000 soldati che porteranno supporto medico e logistico. I militari aiuteranno ad aumentare il numero di posti letto, a formare 500 operatori sanitari a settimana e a costruire 17 cliniche con sede di coordinamento a Monrovia, in Liberia.

Poi c'è il fronte vaccini. L'uso di Zmapp, lo sviluppo del virus italiano. "Due settimane fa – ha riferito Margaret Chan, direttore generale dell'Oms – abbiamo riunito i maggiori esperti mondiali sulle molte questioni complesse che riguardano l'uso di farmaci sperimentali e vaccini. E di conseguenza questo potrebbe essere il primo focolaio di Ebola nella storia che potrà essere affrontato con vaccini e farmaci".