Credit: Bordoni/Lazzaro Spallanzani
in foto: Credit: Bordoni/Lazzaro Spallanzani

Per la prima volta il famigerato virus Zika è stato isolato nelle cellule mesenchimali della placenta di una mamma a settimane di distanza dal termine dell'infezione. A scoprire il subdolo annidamento del virus, che può essere responsabile di gravi patologie alla stregua della sindrome di Guillain-Barre e di malformazioni nel feto come la microcefalia, è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati italiani dell'Istituto nazionale malattie infettive (Inmi) ‘Lazzaro Spallanzani' di Roma. Hanno collaborato alla ricerchi i colleghi del Policlinico ‘Umberto I' di Roma, del Centro di microbiologia clinica presso lo University College di Londra e del Centro Ospedaliero Universitario del Quebec (Canada).

Gli scienziati, coordinati dalla dottoressa Veronica Bordoni, ricercatrice presso il Laboratorio di immunologia cellulare e farmacologia dell'istituto romano, hanno intercettato il virus nelle cellule mesenchimali della placenta analizzando il caso di una donna incinta e asintomatica, che aveva contratto l'infezione da virus Zika durante un viaggio sull'isola di Cuba (si trasmette attraverso la puntura delle zanzare portatrici). La giovane si infettò al quarto mese di gravidanza, e il virus fu rilevato nel suo circolo sanguigno per circa due mesi e mezzo. Alla ventiseiesima settimana la donna non risultava più viremica, dunque il virus sembrava completamente scomparso dal suo organismo. Alla trentottesima settimana la donna ha dato alla luce un bimbo che fortunatamente non ha manifestato alcun segno dell'infezione da Zika.

Bordoni e colleghi hanno sottoposto placenta e cordone ombelicale ad un approfondito esame virologico per cercare tracce del virus, ma gli esami sono risultati tutti negativi. Hanno poi deciso di analizzare le cellule mesenchimali della placenta, che sono particolarmente suscettibili alle infezioni (sono legate alla cosiddetta trasmissione verticale). In esse hanno trovato tracce del genoma del virus, le sue proteine virali e particelle simili al virus. Come indicato, è la prima volta che viene rilevata la presenza del virus in queste cellule a settimane dalla scomparsa dell'infezione. Si tratta di un dato significativo, tenendo presente la gravità delle complicazioni che l'infezione può comportare. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Open Forum Infectious Diseases.