Sin dalle prime fasi della pandemia di COVID-19 i medici si sono resi conto che l'infezione da coronavirus SARS-CoV-2 colpisce gli uomini più delle donne. I maschi contagiati, soprattutto se anziani e affetti da patologie pregresse (comorbilità), hanno infatti un rischio sensibilmente maggiore di sviluppare complicazioni, essere ricoverati in ospedale, finire in un reparto di terapia intensiva e di morire per la malattia. Ad oggi non è ancora chiara la ragione di questa differenza, ma alcuni scienziati ritengono che possano giocare un ruolo gli ormoni femminili, che diverse ricerche hanno associato ha una certa capacità antinfiammatoria. Senza dimenticare la maggior “prontezza” del sistema immunitario delle donne.

Alla luce di queste premesse, diversi medici hanno ipotizzato che la somministrazione di ormoni femminile agli uomini con la forma moderata o grave della COVID-19 potesse essere una terapia promettente, approntando così piccoli studi pilota. L'ultimo in ordine cronologico è stato condotto da scienziati del Dipartimento di Medicina del Cedars Sinai Medical Center di Los Angeles, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi della società Independent Biostatistical Consultant di San Diego e del Dipartimento di Medicina di Emergenza dell'Università Emory di Atlanta. Gli scienziati, coordinati dalla professoressa Sara Ghandehari, direttrice della sezione di riabilitazione polmonare presso il Women's Guild Lung Institute del Cedars-Sinai, hanno coinvolto in tutto 40 pazienti maschi, ricoverati nel nosocomio di Los Angeles con COVID moderata e grave tra l'aprile l'agosto dello scorso anno.

La professoressa Ghandehari e i colleghi li hanno divisi in due gruppi: il primo è stato trattato con la terapia standard anti COVID, il secondo con iniezioni da 100 milligrammi di progesterone, due volte al giorno per cinque giorni durante il periodo del ricovero. Tutti e due i gruppi sono stati monitorati quotidianamente per 15 giorni, fino alle dimissioni dall'ospedale. Durante il periodo di follow-up due pazienti sono deceduti, uno per ciascun gruppo. Gli scienziati hanno messo a punto una scala di valutazione clinica dei pazienti basata su un punteggio da 1 a 7, dove 1 corrispondeva alla morte e 7 a "non ricoverato in ospedale, nessuna limitazione alle attività". Analizzando tutti i dati è stato osservato che i pazienti trattati con progesterone avevano un vantaggio sugli altri di 1,5 punti sulla scala clinica. I ricercatori hanno anche osservato che i pazienti trattati con l'ormone avevano meno bisogno di ossigeno, di ventilazione meccanica e di essere ricoverati in terapia intensiva, oltre a necessitare di un numero di giorni di ricovero inferiore, tuttavia le differenze rilevate non erano statisticamente significative.

Gli autori della ricerca sottolineano che i risultati dell'indagine sono incoraggianti, ma lo studio ha diversi limiti – come il numero contenuto di pazienti coinvolti -, pertanto dovranno essere condotte indagini più approfondite per comprendere se effettivamente il progesterone possa essere una terapia efficace contro la COVID-19. “Sono necessarie ulteriori ricerche in popolazioni più grandi ed eterogenee, comprese le donne in postmenopausa e in altri centri di trattamento, per stabilire il grado di efficacia clinica e per valutare qualsiasi altro potenziale problema di sicurezza di questo approccio terapeutico”, ha dichiarato la professoressa Ghandehari in un comunicato stampa. I dettagli della ricerca “Progesterone in Addition to Standard of Care Versus Standard of Care Alone in the Treatment of Men Hospitalized with Moderate to Severe COVID-19: A Randomized, Controlled Pilot Trial” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Chest.