Incendi nei pressi del circolo polare Artico Credit: Sentinel/Copernicus
in foto: Incendi nei pressi del circolo polare Artico Credit: Sentinel/Copernicus

Tra gennaio e la fine di agosto gli incendi che hanno devastato – e stanno devastando tuttora – la vegetazione nei pressi del circolo polare Artico hanno rilasciato in atmosfera una quantità enorme di anidride carbonica: circa 244 megatonnellate. Per fare un paragone, è pari a quella prodotta da Paesi come il Vietnam, l'Egitto o la Malesia in un intero anno. Soltanto durante i mesi estivi le emissioni sono state superiori del 30 percento rispetto a quelle dello stesso periodo dello scorso anno. Si tratta di un dato drammatico, tenendo presente che nel 2019 nell'Artico sono stati battuti tutti i record in termini di emissioni di gas a effetto serra (anidride carbonica e metano su tutti), ma anche per estensione e numero degli incendi. Quando si tireranno le somme, dunque, per il 2020 si attendono dunque risultati “incubo”. Dietro questi preoccupanti dati, costantemente raccolti e monitorati dal programma “Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS)” dell'Agenzia Aspaziale Europea (ESA) e dalla Commissione Europea, si cela un fenomeno inquietante cui gli scienziati si riferiscono colloquialmente col termine di incendi “zombie”.

Tra i roghi artici del 2020, infatti, non ce ne sono solo di nuovi provocati dai fulmini o dai cambiamenti climatici in atto, che favoriscono l'attecchimento e la propagazione delle fiamme, ma molti sono ‘figli' dei roghi dello scorso anno, che in realtà non si sono mai spenti. Gli incendi zombie sono infatti roghi che covano sotto il ghiaccio, nel cuore della torba della tundra artica, che li mantiene vivi nonostante il crollo delle temperature e la copertura ghiacciata. Quando le temperature tornano a salire e il ghiaccio si scioglie, gli incendi mai domi si ravvivano in primavera, aggredendo la vegetazione superficiale e catalizzando il rilascio di CO2 in atmosfera.

Gli scienziati sono seriamente preoccupati da questo fenomeno per due ragioni principali: essi non solo determinano immissione di CO2 derivante dalla distruzione della vegetazione in superficie, ma anche da quella della torba, che è uno dei principali accumulatori di gas a effetto serra. Quando la torba brucia vengono rilasciate grandi quantità di anidride carbonica e metano, e quest'ultimo è un gas a effetto serra decine di volte più potente dell'altro. “La distruzione della torba da parte del fuoco è preoccupante per tanti motivi”, ha dichiarato in un comunicato stampa della NASA la dottoressa Dorothy Peteet, ricercatrice presso il Goddard Institute for Space Studies dell'agenzia aerospaziale a New York. “Quando gli incendi bruciano gli strati superiori della torba, la profondità del permafrost può aumentare, ossidando ulteriormente la torba sottostante”, ha aggiunto la specialista.

Metano e soprattutto CO2 concorrono al riscaldamento del pianeta, catalizzando un circolo vizioso che porterà a esiti drammatici entro la fine del secolo, se non saremo in grado di arginare le emissioni di natura antropica. Il rischio principale è rappresentato dallo scioglimento di grandi ghiacciai, che determinerebbe un innalzamento del livello del mare stimato in metri; ciò farebbe finire sott'acqua intere regioni costiere, metropoli e isole (soprattutto quelle del Pacifico). I dati, al momento, non sono incoraggianti: le temperature dell'Artico continuano ad aumentare inesorabilmente, a un ritmo drammatico rispetto al resto del mondo, e per il 2021 gli scienziati della missione Copernicus non si attendono miglioramenti di sorta.