A Conakry, personale sanitario dà indicazioni su come prevenire l’infezione da ebola (1° aprile)
in foto: A Conakry, personale sanitario dà indicazioni su come prevenire l’infezione da ebola (1° aprile)

L'organizzazione Medici Senza Frontiere ha lanciato già da diversi giorni l'allarme: l'Africa si trova dinanzi ad un'epidemia di ebola dalla gravità senza precedenti, localizzata in  Guinea ma che potrebbe estendersi anche verso la Liberia e la Sierra Leone; il Senegal ha già chiuso il proprio confine meridionale. Nei due Stati confinanti con la Guinea, infatti, sono stati registrati dei casi sospetti, alcuni dei quali con esito fatale (quattro morti confermate in Liberia), mentre dal ministero della sanità guineano giunge notizia che una parte dei contagiati è stata localizzata nella capitale Conakry, mentre l'altra tra Guékédou e Macenta, al sud.

Diffusione dell'epidemia

Secondo l'Organizzazione Mondiale della Sanità, una metà dei contagiati di Conakry fa parte del personale sanitario: le oltre tre tonnellate di materiale sterile e monouso per la protezione dall'infezione, infatti, sono arrivate soltanto pochi giorni fa. Al momento il bilancio è di 127 persone che hanno contratto il virus a partire da gennaio, delle quali 83 sarebbero già morte. L'aspetto più inquietante dell'epidemia è che il ceppo che si è maggiormente diffuso sarebbe quello denominato "Zaire", ossia il più pericoloso con il tasso di mortalità pari al 90%. La distribuzione dei focolai stessa preoccupa particolarmente Medici Senza Frontiere: le epidemie verificatesi negli anni passati (mai in Guinea, comunque) erano per lo più localizzate geograficamente e non estese dall'oriente all'occidente di uno stesso Paese. In questo caso, invece, il virus è partito dalle aree rurali meridionali per giungere fino alla capitale che conta due milioni di abitanti e dove si teme maggiormente per le difficoltà nella gestione dell'emergenza: al Donka Hospital i casi sono tenuti in isolamento, in un reparto separato. Tuttavia, come spiegato dal dottor Michel Van Herp, epidemiologo di Msf ed attualmente a Guékédou, sarebbe essenziale riuscire anche a ricostruire tutta la catena di contatti avuti dai pazienti, al fine di tracciare una sorta di mappa della trasmissione: chiunque sia stato esposto al rischio di contrarre il virus andrebbe monitorato ed isolato ai primi sintomi; e non è affatto facile, ancor più negli Stati africani dove le strutture ospedaliere sono spesso deficitarie . Eppure al momento è il solo strumento che potrebbe arginare l'epidemia.

Come agisce il virus ebola?

Il virus ha un tasso di letalità altissimo: ciò significa che il paziente che lo contrae può avere probabilità di sopravvivenza che variano tra il 10 e il 50%. Uccide causando nella persona colpita una febbre emorragica per la quale, oltretutto, non esiste un protocollo sanitario standard terapeutico. Infetta gli umani attraverso il contatto diretto con il sangue di una persona o di un animale contagiato o con i suoi fluidi corporei; tuttavia anche oggetti contaminati, come lenzuola o aghi, possono essere un vettore per il virus. Dopo un'incubazione di pochi giorni (al massimo tre settimane), il virus manifesta i propri effetti con la comparsa di una febbre alta associata prima a dolori muscolari ed occhi arrossati poi a nausea, vomito o rash cutaneo: molto spesso, a causa di evidenti similitudini, viene confusa nelle prime fasi con tifo, malaria, influenza o dissenteria. Il ritardo nella diagnosi costituisce chiaramente un problema perché non consente l'immediato isolamento del paziente e la messa in atto delle adeguate strategie di prevenzione. Il decesso avviene, normalmente, una o due settimane dopo la comparsa dei primi sintomi per ipovolemia, a seguito dell'attacco e del danneggiamento degli organi interni causato dal collasso delle pareti dei vasi capillari e dai problemi di coagulazione generati dall'ebola.

A destra, la struttura dell’ebola. A sinistra una sezione dell’RNA del virus.
in foto: A destra, la struttura dell’ebola. A sinistra una sezione dell’RNA del virus.

Dove colpisce l'ebola

Era il 1976 quando venne identificato il primo ceppo di virus nella Repubblica Democratica del Congo che allora si chiamava Zaire: il nome Ebola è infatti quello di una valle dove scoppiò un focolaio in un ospedale missionario. Nel tempo le epidemie hanno interessato diverse aree dello stesso Congo, dell'Uganda, del Gabon; talvolta i tassi di mortalità tra i contagiati hanno raggiunto il 90%. La situazione sanitaria dei Paesi in cui l'ebola ha il suo terreno fertile lascia inoltre sospettare che focolai di epidemie possano essersi verificate anche senza che ne giungesse notizia al resto del mondo. Spesso le consuetudini legate ai riti funebri concorrono nella diffusione del virus, soprattutto nei villaggi rurali dove tradizioni come il lavaggio del corpo del morto sono più radicate. Al di là dei cicli epidemici che scoppiano tra gli umani, i più letali dei quali si sono verificati in Zaire nel 1995 con 245 decessi e in Uganda nel 2001/2002 con 224, il virus colpisce anche alcune specie animali, tra cui scimpanzé, gorilla e pipistrelli: pare che proprio negli scorsi giorni il Governo della Guinea abbia diramato l'ordine di non mangiare e vendere pipistrelli, spesso consumati e serviti in alcune aree del Paese. Nel frattempo, il personale sanitario giunto si aggira nei diversi "punti caldi" dell'emergenza, schermato in modo da evitare il contagio, per alleviare le pene dei pazienti, nel tentativo di salvare qualche vita, isolare i focolai e, soprattutto, informare un numero il più alto possibile di persone sulle precauzioni da adottare per non essere vittime del feroce virus che uccide.