La possibilità di sviluppare un vaccino contro il cancro è un sogno che i ricercatori inseguono da tempo. Più volte sono stati condotti studi che hanno percorso questa strada, ottenendo però delle risposte poco soddisfacenti. Il vaccino di cui ha parlato Science il 2 aprile potrebbe però avere un esito diverso, perché diverse sono le premesse. Per ora lo studio clinico è stato condotto su un campione molto ridotto di malati di melanoma. Si tratta infatti di tre persone dalle quali sono stati prelevati i globuli bianchi e coltivati in laboratorio. Da essi è stata quindi creata la risposta anti-tumorale.

Il cancro è una malattia genetica, in cui le mutazioni impediscono l'apoptosi (l'eliminazione) delle cellule danneggiate. Le quali, invece, prolificano e si diffondono nell'organismo per l'assenza di una risposta proporzionata del sistema immunitario. L'obiettivo degli studiosi che seguono un particolare percorso della lotta alle neoplasie è innestare proteine che permettano, in presenza delle cellule cancerose, di "avvisare" il sistema immunitario, in modo che reagisca ed uccida il male. E' qui che lo studio pubblicato da Science porta il principale elemento di novità (e speranza). Uno studio che, comunque, ricorda Beatriz Carreno della Washington University di St. Louis, Missouri, era stato già condotto con successo sui topi l'anno scorso. Ora però il test è giunto alla prova sull'essere umano.

Lo studio clinico si è sviluppato come segue: i ricercatori hanno sequenziato il genoma tumorale prelevato nei tre campioni e catalogato le proteine mutate. Hanno quindi prelevato sette frammenti proteici, utili in un secondo momento allo sviluppo del vaccino. E' stato poi prelevato un campione di globuli bianchi dai tre pazienti che, coltivato in laboratorio, ha portato allo sviluppo di cellule dendritiche, particolari cellule immunitarie che riconoscono antigeni dannosi o estranei all'organismo. A questo punto l' "incontro" con i frammenti proteici ottenuti dal genoma tumorale: le cellule dendritiche sono state capaci di catturare tali proteine. Le cellule immunitarie, "addestrate" in laboratorio a riconoscere il male, sono state poi introdotte nuovamente – ed è qui la vaccinazione – nell'organismo dei tre pazienti.

Dopo due settimane dalla vaccinazione le cellule immuni erano ancora presenti nel sangue. I ricercatori ammettono che è presto per cantare vittoria, sia perché si è trattato di un trial medico molto ridotto, sia perché "non sappiamo veramente – ammette Ton Schumacher, un ricercatore del Netherlands Cancer Institute di Amsterdam – quanto forte debba essere una risposta immunitaria per diventare clinicamente significativo. Tuttavia, è un passo importante". Questo nuovo trattamento, infatti, comporta due elementi rilevanti di novità. Gli approcci di studi passati avevano come esito un vaccino a base di proteine presenti in cellule "normali". Quello attuale, invece, nasce dal male stesso, ossia da proteine sviluppate dal tumore. In questo modo il sistema immunitario potrebbe "capire meglio" che è in presenza di un corpo patogeno e attivare dunque una decisa risposta immunitaria. Il secondo elemento di novità è che i vaccini del passato si componevano in genere di una singola proteina associata al tumore. Questo, invece, su sette.