Il terremoto che ha colpito l'isola di Ischia alle 21:57 del 21 agosto è stato caratterizzato da alcune variazioni sotto il profilo della classificazione, dell'energia sprigionata e della profondità dell'ipocentro. Valori che i sismologi dell'Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (INGV) hanno ritoccato dopo la raccolta dei dati provenienti dalle varie stazioni di ricerca dislocate sul territorio. Si è così passati dall'utilizzo della magnitudo locale (Ml) o Richter, stimata in 3.6 dal sistema informatico automatico, al 4.0 della magnitudo di durata (Md), una misura più idonea per classificare l'evento ischitano e basata sulla durata del sismogramma. Anche la profondità del sisma, scatenatosi a circa 3 chilometri a nord dell'isola, è stata ricalcolata, passando dai 10 chilometri iniziali ai 5 del dato definitivo.

Tra gli aspetti chiave oggetto di variazione vi è stata anche la tipologia del terremoto, inizialmente considerato di origine tettonica e successivamente inquadrato in un contesto "ibrido", con caratteristiche peculiari legate all'area vulcanica. I terremoti tettonici e quelli vulcanici sono due fenomeni profondamente distinti fra loro, ma in un'area così complessa dal punto di vista geologico come quella flegrea possono dare origine a eventi misti, piuttosto differenti dai tipici terremoti appenninici.

 

Il primo elemento che distingue i terremoti tettonici da quelli vulcanici risiede nel fatto che i primi sono decisamente più frequenti e (generalmente) devastanti. Circa il 90 percento dei sismi registrati ogni anno sono di questo tipo. Il nome “tettonico” deriva dal fatto che questi eventi sono legati ai movimenti lungo le faglie. In parole semplici, le placche rigide (o zolle) in cui è suddivisa la crosta terrestre possono scontrarsi o scivolare le une sulle altre, e in corrispondenza dei margini, a causa della fortissima pressione cui sono sottoposti, si accumulano grandi quantità di energia. Quando le rocce superano il proprio limite di elasticità si spaccano e l'energia viene sprigionata istantaneamente scatenando il terremoto. Questi eventi possono essere superficiali (fino ai 70 chilometri di profondità), intermedi (fino a 300 chilometri di profondità) e profondi, che non superano i 720 chilometri.

Poiché nell'area flegrea sono presenti diverse faglie, la cui formazione è legata ai movimenti relativi tra la placca africana e quella euroasiatica (gli Appennini sono stati generati dal loro “scontro”), in un primo momento si era parlato di un evento tettonico per il sisma del 21 agosto. Ischia, com'è noto, è un'isola di origine vulcanica, ma il Monte Epomeo che vi svetta, pur essendo stato considerato un vulcano sino al 1800, è in realtà una formazione “ibrida”, di tipo vulcanico-tettonica, ed è stata generata dalla spinta verso l'alto da una massa magmatica.

Il terremoto del 21 agosto è stato prodotto da movimenti sul piano di faglia, quindi concettualmente siamo innanzi a un sisma tettonico, tuttavia, come sottolineato dai sismologi, non possono essere sottovalutati gli importanti processi idrotermali dell'area flegrea, che potrebbero aver giocato un ruolo fondamentale nella generazione della scossa delle 21:57.

Un terremoto vulcanico propriamente detto si genera a causa della risalita del magma entro la crosta terrestre o all'interno di un camino vulcanico, ma anche dalla sovrappressione dei gas “imprigionati”. Questi sismi sono caratterizzati da un ipocentro molto superficiale e da un raggio dell'epicentro piuttosto ridotto, caratteristiche emerse anche per il peculiare sisma del 21 agosto. Generalmente sono eventi poco potenti e provocano devastazioni ridotte rispetto a quelli tettonici. Nel caso di Ischia i numerosi crolli prodotti dall'evento sono stati associati a diversi fattori. Dalla peculiare geologia ischitana, in particolar modo nell'area di Casamicciola, dove il terreno è fragile e amplifica le onde sismiche, alla densità abitativa, sino alla qualità costruttiva di alcuni edifici, come hanno sottolineato gli esperti impegnati nei rilievi.