La Cina, dopo aver superato la prima ondata di contagi della pandemia di coronavirus SARS-CoV-2, è alle prese con l'emersione di nuovi, preoccupanti focolai, che coinvolgono decine di casi. Quello più esteso è legato al mercato di Xinfadi nel distretto di Fentai, a Pechino. Si tratta del più grande mercato all'ingrosso di prodotti freschi in Asia, occupando un'area di ben 112 ettari (più di 150 campi da calcio regolamentari). Dopo alcuni controlli delle autorità, negli scorsi giorni sono state rilevate tracce del coronavirus SARS-CoV-2 su un tagliere per il salmone di un pescivendolo del mercato, e si è subito pensato che il pesce (importato dall'Europa) potesse essere al centro del nuovo focolaio. Tra le prime conseguenze c'è stato lo stop alle importazioni di salmone proveniente dall'Europa, inoltre gli stock in consegna già in Cina sono stati bloccati, mentre i ristoranti hanno cancellato i piatti dai menù, dato che i consumatori hanno iniziato a evitare accuratamente il pesce. Il grande mercato è stato successivamente chiuso dalle autorità.

Ma davvero il salmone può essere può essere in grado di trasmettere la COVID-19? Al momento non c'è alcuna evidenza che i salmoni vivi possano essere infettati dal coronavirus SARS-CoV-2, e soprattutto che siano in grado di passarlo all'uomo in qualche modo (un'ipotesi considerata assai remota). Sono le stesse autorità cinesi a sottolinearlo, pur lasciando aperta la porta al dubbio. “Non possiamo concludere che il salmone sia la fonte di infezione solo perché il coronavirus è stato rilevato su un tagliere di un venditore”, ha dichiarato l'epidemiologo Zadyou del Centro cinese per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC). Secondo un altro epidemiologo dei CDC cinesi, il dottor Wu Zunyou, i casi di COVID-19 legati al mercato di Xinfadi sono molto probabilmente legati a “frutti di mare e prodotti a base di carne” lavorati in loco ma gestiti al di fuori del mercato, verosimilmente contaminati da un operatore positivo al coronavirus ma asintomatico. Ogni giorno ben 1.500 le tonnellate di frutti di mare e di altri prodotti venivano distribuiti ai ristoratori e ai consumatori di Pechino dal mercato, prima della chiusura.

A suggerire che il coronavirus possa essere stato importato dall'Europa, il fatto che l'analisi genomica condotta da scienziati ha rilevato una vicinanza col ceppo che circola nel Vecchio Continente, ma non con quello originale asiatico. A questa teoria si oppone l'Agenzia dell'Unione Europea per il controllo delle malattie, che ha sottolineato come il virus sia diffuso in tutto il mondo mutando continuamente, e che dunque non ci sarebbe nulla di cui stupirsi nel trovare in Cina un ceppo simile a quello osservato in Europa, senza la necessità di “importarlo” dall'estero. Secondo il dottor Wu, tuttavia, a favorire la sopravvivenza del virus sui prodotti contaminati sarebbe stata la refrigerazione, per conservarli fino alla consegna al mercato. Ciò avrebbe permesso al patogeno – che "preferisce" il freddi – di sopravvivere anche a distanze intercontinentali.

Secondo le autorità sanitarie, al momento non ci sono evidenze scientifiche sul fatto che gli alimenti possano rappresentare un metodo di trasmissione della COVID-19. “Normalmente le malattie respiratorie non si trasmettono con gli alimenti, che comunque devono essere manipolati rispettando le buone pratiche igieniche ed evitando il contatto fra alimenti crudi e cotti”, sottolinea il Ministero della Salute. Anche l'Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare (EFSA) afferma che il cibo non è una probabile fonte di diffusione della malattia, pur ricordando l'importanza di cottura, lavaggio e preparazione.