Uno studio condotto dalla Brigham Young University dimostra che i personaggi della Disney cui siamo legati sin dall’infanzia possono influenzare il modo di approcciarsi alla vita e alle relazioni sentimentali; secondo quanto indicato dalla ricerca, coordinata dalla psicologa americana Sarah Coyne, queste pellicole sarebbero infatti farcite di stereotipi di genere e messaggi che incoraggiano il sessismo, risultando dannosi soprattutto per le bambine. Se chiedeste a una mamma o a un papà innanzi a quali cartoni animati e film d'animazione si sentirebbero totalmente sicuri di lasciare i propri figli, la risposta ottenuta sarebbe praticamente unanime: “quelli Disney”. Sinonimo indiscusso di qualità da oltre settanta anni – Biancaneve e i sette nani è del 1937 – i classici della multinazionale a stelle e strisce sono stati fedelissimi compagni d'infanzia (e non solo) di molte generazioni, ciò nonostante alcuni di essi, e in particolar modo quelli a tema principesco, sono finiti nel mirino di diverse indagini scientifiche. Prima di addentrarci nell'analisi della nuova ricerca condotta dalla Brigham Young University, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Child Development, facciamo un rapidissimo excursus sulle caratteristiche delle principesse Disney che hanno attirato le attenzioni degli psicologi. Benché col passare degli anni vi sia stata un'evoluzione nella definizione delle figure femminili, particolarmente apprezzabile in Mulan e Ribelle (The Brave), le protagoniste dei cosiddetti “Classici” presentano tutte un comune denominatore: sono bellissime, spesso ingenue e attendono l'intervento del principe azzurro per risolvere i problemi della propria esistenza. Il messaggio incriminato è dunque correlato alla realizzazione della donna in funzione dell'uomo, da conquistare con l'avvenenza, occhioni dolci e magari un canto soave, senza far leva su aspetti legati alla personalità.

Particolarmente evidenti nei lungometraggi come Biancaneve, Cenerentola e la Bella addormentata nel bosco (un nome un programma), tutti concepiti in epoche dove la donna era socialmente subordinata all'uomo, gli stereotipi di genere sono comunque presenti anche nelle produzioni più moderne. Ariel, la “Sirenetta”, ad esempio è pronta a stravolgere se stessa per inseguire il suo amore da colpo di fulmine, mentre Belle de “La bella e la bestia” sembra colpita dalla sindrome della crocerossina, pazientando in attesa che un uomo violento – la Bestia – cambi grazie al suo intervento, un messaggio ritenuto particolarmente pericoloso ai giorni nostri. Di contro, le donne intelligenti, ambiziose e determinate sono spesso interpretate dalle streghe brutte e cattive, pronte a spezzare la magia del “e vissero felici e contenti” con ogni mezzo e, appunto, talento. Per i maschietti non va molto meglio, dato che anch'essi sono ipersessualizzati, si innamorano perdutamente solo dell'aspetto fisico – c'era pure chi si accontentava della calzatura di una scarpetta – e trovano la propria realizzazione nella ricchezza e mettendo su famiglia. La potenza di questi messaggi, legati a presunti modelli di “perfezione”, secondo i ricercatori non dovrebbe essere trasmessa ai bambini senza un apposito filtro, soprattutto perché è durante l'infanzia che si formano la personalità e il pensiero, radicando le convinzioni che in età adulta risultano molto più complesse da modificare.

Lo studio coordinato dalla professoressa Sarah Coney ha voluto dimostrare che l'esposizione a questi stereotipi di genere può essere dannoso. La ricercatrice ha coinvolto circa duecento bambini in età prescolare valutando il loro rapporto con la cosiddetta “cultura Disney”, che oltre alla visione dei film comprende anche il tempo impiegato con giocattoli e merchandising tradotti dai brand più famosi della casa di Topolino. Dall'indagine è emerso che il 97 percento delle bambine e l'87 percento dei bambini aveva avuto a che fare con materiale legato alle principesse Disney, e che per almeno una volta alla settimana il 61 percento delle bambine aveva giocato con giocattoli a esse legate, contro solo il 4 percento dei bambini. Le maggiori interazioni con le principesse, sia per i maschi che per le femmine, l'anno successivo è collimato con una maggiore predisposizione agli stereotipi di genere. “Sappiamo che le ragazze che aderiscono fortemente a questi stereotipi – ha spiegato Coney – sentono come se non potessero fare alcune cose”. “Ad esempio – ha proseguito la studiosa – non sono così fiduciose nel poter affrontare con successo la matematica e le scienze. A loro inoltre non piace sporcarsi, quindi sono meno propense a sperimentare con le cose”. Lo studio ha inoltre indicato che le bambine con la peggior stima del proprio corpo erano quelle che passavano più tempo a giocare con le principesse Disney, probabilmente alla ricerca del modello di “perfezione” che esse incarnano, anche dal punto di vista della magrezza. La studiosa è rimasta positivamente colpita dal personaggio di Merida in Ribelle – The Brave, una ragazza coraggiosa e determinata che combatte per salvare sua madre, tuttavia ha notato che il merchandising legato alla pellicola ha stravolto il messaggio positivo, cadendo nuovamente nella trappola del sessismo: “L'hanno resa più esile e sessualizzata – ha spiegato la ricercatrice -, hanno rimosso arco e frecce e le hanno messo il trucco. Ho dovuto discutere molto con mia figlia dell'argomento”. La studiosa ha concluso spiegando che i bambini non debbono sganciarsi del tutto dalla cultura delle principesse Disney, del resto essa promuove anche messaggi positivi come la bontà, l'altruismo e l'amore per la natura, ma è fondamentale che i genitori restino accanto ai propri figli e che discutano con loro degli aspetti positivi e negativi trasmessi dalle pellicole, in particolare da quelle concepite in epoche molto diverse dalla nostra.

[Foto di copertina di davidreap]