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Le piante sotto attacco emettono un “grido di allarme” sotto forma di sostanze chimiche che avvisano quelle vicine del pericolo imminente. Ciò permette agli altri vegetali di attuare sistemi di difesa appropriati per contrastare la minaccia, come ad esempio un gruppo di bruchi o coleotteri fitofagi affamati. A dimostrare questo eccezionale adattamento delle piante è stato un team di ricerca internazionale guidato da scienziati dell'Università Cornell di Ithaca, Stati Uniti, che hanno collaborato con i colleghi del Dipartimento di Biologia dell'Università di Turku, Finlandia, del Dipartimento di Agricoltura dell'università giapponese di Ryukoku, dell'Università Monash (Australia) e di altri istituti.

I ricercatori, coordinati dal professor André Kessler, docente di Ecologia e Biologia evoluzionistica presso l'ateneo americano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver condotto alcuni esperimenti con una specie di verga d'oro canadese (Solidago altissima). Alcune delle piante, poste in vasi o in terreni opportunamente predisposti, sono state isolate dalle altre attraverso vari sistemi – per evitare il contatto tra radici – e fatte “aggredire” da coleotteri crisomelidi della specie Trirhabda canadensis, una specie invasiva nota per essere un'insaziabile divoratrice di piante. Analizzando la reazione delle piante attaccate, Kessler e colleghi hanno osservato che emettevano nell'aria specifiche sostanze chimiche note come composti organici volatili (COV), che gli organismi vegetali utilizzano per comunicare fra loro.

Una volta percepito l'allarme, le piante limitrofe a quella aggredita iniziano a mettere in atto sistemi di difesa contro gli invasori. Ad esempio, producono sostanze chimiche repellenti per gli insetti fitofagi, oppure, in un modo ancora più subdolo, emettono sostanze che attirano gli insetti predatori che si nutrono dei coleotteri divora-piante. L'aspetto più interessante della ricerca risiede nel “linguaggio” utilizzato dalle piante per annunciare il pericolo, che è praticamente universale e viene condiviso liberamente. È come se tutte parlassero la stessa “lingua”, quando si tratta di pericolo. Ciò è vero quando le piante si trovano in posti costantemente esposti al rischio predatorio; quelle che vivono in aree libere da animali erbivori, comunicano con composti organici volatili che sono compresi soltanto da piante della stessa specie o comunque vicine sotto il profilo genetico. Utilizzano in pratica un canale di comunicazione riservato, probabilmente per prevalere sulle altre in un terreno particolarmente prezioso per crescere rigogliose. Le scoperte del professor Kessler e dei colleghi potrebbero aprire nuovi scenari nella lotta ai parassiti che distruggono le colture. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sull'autorevole rivista scientifica Current Biology.