Lo studio di alcuni fossili ha consentito di retrodatare l'arrivo dell'homo sapiens in Europa: tra questi, i più antichi sono stati rinvenuti nella grotta del cavallo, in Salento, negli anni '60.

L'homo sapiens più antico d'Europa visse in Romania 35 000 anni fa, o almeno questo è quanto abbiamo sempre saputo e ciò che gli scienziati credevano e sostenevano, fino ad oggi. Recenti studi pubblicati da Nature, ad uno dei quali ha collaborato anche l'Università di Pisa, infatti, hanno sorprendentemente retrodatato l'arrivo dei nostri antenati in Europa, sulla base delle analisi condotte su alcuni fossili ritrovati decenni addietro in Italia e Gran Bretagna.

Da una parte c'era un frammento di mascella superiore a cui erano attaccati tre denti, ritrovata nel 1927 nella Kent's Cavern nel Devon in Gran Bretagna, ritenuta appartenente fino a poco tempo fa ad un uomo di Neanderthal e che studi più recenti ed approfonditi esami hanno attribuito, invece, ad un esemplare di homo sapiens vissuto in un arco di tempo compreso tra 44 000 e 41 000 anni fa; la scoperta è stata effettuata dai ricercatori dell'Università di Oxford.

Dall'altra due denti da latte (di cui un'immagine nella foto grande), venuti alla luce nel 1964 all'interno della salentina grotta del cavallo, anch'essi ritenuti di un neanderthalensis: analisi condotte con l'ausilio di modelli digitali in tre dimensioni hanno rivelato che anche questi fossili appartenevano, in verità, a dei sapiens e, grazie al radiocarbonio, è stato possibile stabilirne la datazione: tra 45 000 e 43 000 anni addietro. Essi sono, dunque, fino ad ora, i resti dei più antichi, tra i nostri progenitori, che vissero in Europa e sono tutti italiani.

Lo studio di alcuni fossili ha consentito di retrodatare l'arrivo dell'homo sapiens in Europa: tra questi, i più antichi sono stati rinvenuti nella grotta del cavallo, in Salento, negli anni '60.

Alla ricerca hanno contribuito ben 13 enti internazionali, tra cui l'Università di Pisa; l'antropologo dell'ateneo, Francesco Mallegni, ha fornito dettagli sui due dentini, rinvenuti a due metri e mezzo di profondità: «Il primo dei denti trovati spunta tra 15 ed i 18 mesi dalla nascita e, siccome è senza usura, il bambino alla morte poteva avere 18 mesi; il secondo spunta a due anni ed essendo usurato in questo caso il bambino alla morte poteva avere dai 3 ai 4 anni o forse leggermente di più». Un dente consumato perché, molto probabilmente, questo popolo di cacciatori-raccoglitori che abitava le nostre terre, pur conoscendo il fuoco, non cuoceva ancora i propri cibi.

Al tempo, le terre emerse occupavano una superficie maggiore di quella attuale, il clima era fresco ed asciutto e l'epoca era quella della glaciazione Würm: insomma, il panorama dinanzi a questi giovanissimi italiani doveva essere molto differente da quello che siamo abituati a vedere noi. Morti presumibilmente per caso in quella grotta e non sepolti appositamente lì, di essi sono sopravvissuti i denti perché ricoperti dalla durezza dello smalto: accanto ad essi «strumenti ricavati da ossa o conchiglie usate per ornamento», gli oggetti della vita quotidiana, più di 40 000 anni fa.