Miniere di ferro, strade, dighe, stravolgimenti del territorio che stanno minacciando la sopravvivenza dell'animale simbolo del Natale, la renna. Lungo il fiume George, in Canada, quello che era il branco più grande del mondo si è ridotto di oltre il 90 negli ultimi decenni.

Un tempo, lungo gli argini del fiume George in Quebec vivevano liberi 800 000 o forse 900 000 esemplari; si muovevano tra i freddi territori del Canada orientale, nel Labrador e nel Quebec. In America settentrionale li chiamano caribù, ma questo magnifico animale con i suoi splendidi palchi ramificati di corna da noi è più noto come renna, l'animale simbolo del Natale, diffuso in tutta l'area compresa tra Europa ed America Settentrionale e Siberia.

Secondo quanto riportato da Survival, quello che una volta era il branco più numeroso di renne, orgoglio e vanto dell'estremo Nord del continente americano, attualmente sarebbe composto da appena 74 000 unità; negli ultimi decenni la popolazione si è ridotta del 92% , decimata dai profondi mutamenti territoriali che ne hanno stravolto l'habitat, incidendo sulla catena alimentare, sui fenomeni migratori, sull'attività di riproduzione. Il «progresso» è arrivato tra i ghiacci sotto forma di miniere di ferro, dighe ed allagamenti e costruzione di strade; a pagarne il prezzo più caro è stata l'ennesima specie che, attualmente, vive minacciata nella sua sopravvivenza.

Le renne sono gli animali fondamentali per molti popoli le cui radici affondano in tempi lontanissimi: nelle aree più settentrionali della Scandinavia i Sami tengono viva, pur tra infinite difficoltà, la tradizione dell'allevamento; nel Canada orientale sono gli Innu che, da millenni, tra le foreste di abeti, le terre rocciose, i fiumi e i laghi di quella regione che loro chiamano Nitassinan, vivono a stretto contatto con i caribù che rappresentano il centro della loro cultura e della loro intera società; nomadi fino alla metà del ‘900, hanno subito fortissime pressioni negli anni '50 da parte del Governo canadese che ha voluto forzatamente renderli sedentari, violandone i diritti umani secondo quanto riconosciuto dall'ONU stesso.

Quello stesso Governo attualmente disposto a riconoscere diritti territoriali agli Innu solo se questi cederanno gran parte dei loro territori, il che comporterebbe un ulteriore attacco a quella che doveva essere la natura incontaminata di un esiguo gruppo di cacciatori e raccoglitori. Condannando in maniera definitiva ed irreversibile sia quanti tra gli Innu stanno lottando per mantenere il proprio stile di vita tradizionale, sia quello che, un tempo, fu il popolo delle renne più vasto del mondo e che oggi è costretto a combattere quotidianamente per la propria sopravvivenza, devastato da un progresso ottuso che distrugge il futuro, anziché costruirlo.