In un remoto angolo sulle Ande peruviane, nel sud del Paese, un gruppo di archeologi guidato dai ricercatori della University of Maine ha scoperto i resti di quelli che sembrerebbero i più antichi insediamenti umani collocati ad un'altezza notevole, almeno tra quelli che ci è possibile conoscere. Si tratta di due siti posti a poca distanza l'uno dall'altro, a circa 4.500 metri sul livello del mare, risalenti ad un periodo che sarebbe precedente di addirittura un millennio rispetto ad altri centri ad alta quota documentati precedentemente. La notizia del ritrovamento è stata resa nota attraverso un paper pubblicato da Science.

Un paesaggio inospitale

Non doveva trattarsi esattamente di uno scenario da favola viste le temperature basse, lo scarso ossigeno, l'elevata radiazione solare, la totale assenza di alberi: eppure, per qualche ragione che difficilmente conosceremo nel dettaglio, ad un certo punto un gruppo umano decise di venire a vivere proprio in questo posto. Cercava forse rifugio da qualcosa? Chi può dirlo. La sola cosa certa è che la colonizzazione da parte di questi cacciatori-raccoglitori ebbe luogo sul finire del Pleistocene, ossia orientativamente 12.000 anni, appena un paio di millenni dopo l'arrivo dei primi umani nel continente americano.

Il sito archeologico di Pucuncho si trova a 4.355 metri sul mare: qui sono stati rinvenuti 260 utensili, principalmente punte di freccia e raschietti risalenti anche a oltre 2.800 anni fa. Poco più in alto c'è un altro rifugio costruito nelle rocce, chiamato Cuncaicha, consistente in due ampie nicchie all'altezza di 4.480 metri sul mare dove i ricercatori sostengono sia possibile osservare il sovrapporsi di diverse stratificazioni succedutesi a partire da 12.400 anni fa: del resto, nonostante le indiscutibili scomodità legate alla posizione, queste caverne presentavano un vantaggioso panorama costituito dagli acquitrini e dalla prateria sottostante, ragion per cui poteva funzionare come una sorta di campo base in alto. All'interno degli insediamenti è possibile ancora rintracciare testimonianze della vita condotta qui, migliaia di anni fa, dagli uomini delle Ande: la fuliggine che annerisce il soffitto delle grotte, in ricordo dei fuochi che arsero, e forme d'arte rupestre.

Quando l'uomo si adatta a condizioni "impossibili"

La maggior parte degli oggetti rinvenuti a Cuncaicha furono fabbricati grazie ai materiali disponibili localmente, tra cui l'ossidiana, l'andesite e il diaspro, e furono strumenti fondamentali per la caccia e la macellazione delle pur scarse risorse venatorie che servirono per la sussistenza degli uomini. I resti alimentari rinvenuti rimandano a piante consumate, ma anche a ossa di guanaco e vigogna, due specie di camelidi andini, nonché di taruca, un cervide. L'area di Pucuncho dovette essere a lungo una sorta di oasi per cacciatori specializzati e, più tardi, per i pastori che addomesticarono gli alpaca e i lama. Nonostante fosse un ambiente davvero difficile, con i suoi uragani da stagione delle piogge e il rischio di ipotermia per quanti ci vivevano, Pucuncho dovette essere un luogo abitato per lungo tempo, dove chi ci si stabilì riuscì a dir vita ad una discendenza. Alcuni reperti litici qui rinvenuti, inoltre, appaiono come evidentemente provenienti da letti di fiumi che ne hanno levigato le forme, a testimonianza del fatto che doveva esserci uno scambio con "altezze inferiori": probabilmente la traccia di una rete sociale che era indispensabile anche per rifornirsi di alcuni vegetali commestibili.

«Gli studi sui processi di adattamento dell'essere umano agli ambienti estremi sono importanti per comprendere la nostra capacità culturale e genetica di sopravvivere» ha sottolineato Kurt Rademaker, a capo dello studio. E, in questo senso, un contributo fondamentale è dato non soltanto dalle indagini sul DNA, utili per rintracciare la "firma" genetica di tali adattamenti nelle moderne popolazioni andine, ma anche dalla ricerca archeologica che può spiegarci quando e come ebbero luogo queste fondamentali modifiche.