Credit: Serge Illaryonov
in foto: Credit: Serge Illaryonov

Il leggendario megalodonte (Carcharodon megalodon), una gigantesca specie di squalo estinta, potrebbe essere stato spazzato via dalla Terra da un drammatico evento astronomico: un bombardamento di raggi cosmici legato all'esplosione di una o più supernovae in sequenza. A ipotizzarlo un team di ricerca guidato da uno scienziato dell'Università del Kansas, che ha collaborato con due colleghi dell'Università Federale di San Carlo e dell'Università Federale do ABC, atenei brasiliani.

L'iconica specie di squalo si estinse dalla Terra circa 2,6 milioni di anni fa, in un evento di estinzione di massa pliocenico che eliminò il 36 percento dei generi di animali marini. Secondo il professor Adrian Melott, docente presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell'università statunitense, l'estinzione sarebbe collegata alla catastrofica esplosione di supernovae che ha generato la Bolla Locale nel Braccio di Orione, uno spazio vuoto del mezzo interstellare con una densità bassissima di gas. In seguito all'evento astronomico i raggi cosmici prodotti avrebbero investito la Terra, esponendo le forme di vita a una intensa e pericolosissima pioggia di muoni, particelle radioattive simili agli elettroni ma decisamente più pesanti.

Credit: Karen Carr
in foto: Credit: Karen Carr

Gli indizi di questo ipotetico bombardamento risiedono nei depositi di Ferro-60 trovati sulla Terra. Poiché questo isotopo radioattivo ha una emivita di circa 2,6 milioni di anni, quello presente sul nostro pianeta deve avere per forza un'origine esterna, come appunto l'esplosione di una o più supernovae. Le tracce rilevate dagli studiosi hanno mostrato un picco risalente proprio risalente a 2,6 milioni di anni fa, che corrisponde al periodo dell'estinzione di massa del Pliocene.

Ma perché sarebbero morti i megalondonti e altri rappresentanti della megafauna marina? Secondo Melott e i due colleghi, Franciole Marinho e Laura Paulucci, l'elevatissima concentrazione di muoni avrebbe provocato gravi danni al DNA degli organismi scatenando il cancro. Ad animali della grandezza di un uomo le mutazioni legate ai muoni avrebbero aumentato il rischio di cancro del 50 percento, e molto di più nelle specie di grandi dimensioni. Ecco perché sarebbe sparita larga parte della cosiddetta megafauna dell'epoca, compreso l'iconico megalodonte. Questa ipotesi cozza tuttavia con il "Paradosso di Peto", legato al fatto che animali grandi come elefanti e balene si ammalano di cancro molto meno di noi (mentre intuitivamente sarebbero esposti a un rischio superiore, proprio a causa delle dimensioni e del maggior numero di cellule). I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Astrobiology.