La storia della conquista dello spazio non è stata una marcia trionfante; non in ogni suo istante, se si tiene conto delle tragedie che l'hanno segnata.

Trent'anni fa, esattamente il 28 gennaio del 1986, il disastro dello Space Shuttle Challenger lasciava senza fiato. Il lancio, la corsa verso il cielo e poi, in poche decine di secondi, l'inizio della rottura del veicolo culminata con quella drammatica discesa; ai parenti e agli amici che assistevano in diretta a Cape Canaveral, e a quelli che guardavano sintonizzati sulla CNN, ci volle qualche attimo per realizzare che la missione era fallita nel peggiore dei modi e che per i sette membri dell'equipaggio non ci sarebbe stato alcun viaggio e alcun seguito. 

La rottura di una guarnizione del razzo a propellente solido destro, ad appena 73 secondi dal lift off, fu all'origine del cedimento strutturale. La capsula restò integra e, verosimilmente, almeno qualcuno dell'equipaggio doveva ancora essere in vita quando questa iniziò a precipitare, seguendo una traiettoria che avrebbe portato il veicolo a schiantarsi nell'Oceano 2 minuti e 45 secondi dopo.

A causare quella rottura fu la combinazione di diversi fattori: le temperature insolitamente basse, per la Florida, incisero sulle giunzioni del razzo; errori di progettazione di queste ultime che, probabilmente, non avrebbero avuto conseguenze se il clima fosse stato più mite. A stabilirlo, a diversi mesi dal disastro, fu l'indagine condotta dalla commissione Rogers.

Oltre ai sei astronauti, a bordo dello Space Shuttle Challenger c'era la prima insegnante arruolata per un programma spaziale: Christa McAuliffe avrebbe dovuto tenere delle lezioni dallo spazio. Tra le immagini più amare legate al disastro ci sono sicuramente quelle dei volti dei genitori di questa giovane esploratrice che assistono in pochi secondi alla fine tragica di un sogno dalle tribune del Kennedy Space Center.

Un sogno che, per due anni, si sarebbe arrestato del tutto, con lo stop delle missioni con equipaggio umano.