La COVID-19, l'infezione scatenata dal coronavirus SARS-CoV-2, è tutto fuorché un'altra influenza, ma una malattia sensibilmente più letale. Secondo un nuovo studio, infatti, il tasso di letalità tra i soggetti con sintomi si attesta all'1,3 percento, contro lo 0,1 percento dei comuni virus influenzali stagionali. Dunque a parità di contagiati, il patogeno emerso in Cina – nella seconda metà di novembre 2019, secondo uno studio guidato da scienziati del Campus BioMedico di Roma – è in grado di uccidere un numero di persone molto superiore.

A determinare il tasso di letalità per infezione (IFR) della COVID-19 è stato il professor Anirban Basu, che insegna economia sanitaria al Dipartimento di Farmacia del CHOICE Institute presso l'Università di Washington. Lo scienziato è giunto alle sue conclusioni dopo aver elaborato i dati di una piattaforma web che raccoglie tassi di infezione e mortalità delle contee statunitensi, nello specifico per i soggetti che presentano sintomi da coronavirus. L'applicazione è stata sviluppata dallo stesso Basu e da altri scienziati della Facoltà di Farmacia.

Analizzando i dati di 116 contee distribuite in 33 differenti Stati (su un totale di 3.188 contee e 50 stati), il tasso di letalità per infezione oscillava dallo 0,5 al 3,6 percento, ma grazie al modello matematico è stato determinato che il valore più veritiero si attesta all'1,3 percento. “L'infezione COVID-19 è più letale dell'influenza, possiamo porre fine a quel dibattito”, ha dichiarato in comunicato stampa dell'Università di Washington lo scienziato, che è anche direttore dell'istituto Stergachis Family Endowed. Secondo un'altra ricerca dell'Università di Harvard e dell'Università Emory pubblicata su JAMA Internal Medicine, la mortalità è 20 volte superiore di quella dell'influenza.

Come è noto i tassi di mortalità e letalità della COVID-19 sono stati ampiamente discussi, da prima che il coronavirus SARS-CoV-2 uscisse dai confini cinesi. Uno studio condotto dal “The Novel Coronavirus Pneumonia Emergency Response Epidemiology Team”, ad esempio, ha rilevato che il tasso di mortalità in un determinato campione di pazienti si attestava al 2,3 percento, con valori sensibilmente più elevati per le fasce di età più avanzate. Per chi aveva 80 anni o più risultava infatti essere del 14,8 percento; dell'8 percento tra i 70 e i 79 anni; del 3,6 percento nella fascia 60-69 anni; dell'1,3 percento tra i 50 e i 59 anni; dello 0,4 percento tra i 40 e i 49 anni; e dello 0,2 percento nelle fasce di età 30-39 anni, 20-29 anni e 10-19 anni.

Ma i dati hanno subito continue oscillazioni, e anche nelle singole Regioni italiane sono stati registrati tassi estremamente divergenti, ad esempio tra la Lombardia e quelle meno colpite dalla virus. A rendere ancor più complicati questi calcoli il fatto che il numero effettivo di contagiati è stimato essere dalle 5 alle 10 volte superiore di quello degli ufficialmente positivi, anche perché in molti casi la malattia si presenta con sintomi lievissimi o è addirittura asintomatica. Ma con un tasso di letalità dell'1,3 percento, spiega il professor Basu, potrebbero morire tra le 350mila e 1,2 milioni di persone negli Stati Uniti. Un numero “sconcertante”, che potrà essere abbattuto solo attraverso “solide misure di sanità pubblica”, perseguendo il distanziamento sociale e raccomandando ai cittadini di prestare la massima attenzione all'igiene delle mani e all'uso dei dispositivi di protezione individuale come le mascherine. I dettagli dello studio di Basu, intitolato “Estimating The Infection Fatality Rate Among Symptomatic COVID-19 Cases In The United States”, sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Health Affairs.