Cervello. Credit: kalhh
in foto: Cervello. Credit: kalhh

Il nuovo coronavirus emerso in Cina (SARS-CoV-2) è un patogeno che aggredisce principalmente le vie respiratorie; non a caso, come indicato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dal Ministero della Salute, tra i suoi sintomi principali vi sono tosse, mal di gola e rinorrea (naso che cola), tutte condizioni ascrivibili a virus respiratori. Anche le complicanze più comuni quali la dispnea, la polmonite bilaterale interstiziale e sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS) sono legate all'apparato respiratorio. Ciò nonostante, in una certa percentuale di pazienti possono manifestarsi anche diarrea, nausea e dolori addominali, segnale che il coronavirus riesce ad attaccare anche le cellule del sistema digerente. Questo avviene perché molte cellule dell'apparato gastrointestinale espongono il recettore ACE-2, quello cui si lega la proteina spike (spicola) che permette al coronavirus di penetrare nelle parete cellulare e avviare il processo di replicazione. In alcuni pazienti è stata diagnosticata anche insufficienza renale.

Secondo il professor Luca Steardo, docente di Neurologia e Neurofarmacologia presso l'Università Sapienza di Roma, il virus responsabile della COVID-19 potrebbe essere addirittura in grado di colpire il Sistema Nervoso Centrale, come i virus “cugini” della SARS e della MERS. Tutti e tre sono infatti betacoronavirus, e condividono larga parte del profilo genetico, oltre che l'origine nei pipistrelli. Il SARS-CoV-2, che avrebbe compiuto il salto di specie da animale a uomo tra il 20 e il 25 novembre 2019 nel mercato cinese di Wuhan, è sovrapponile al SARS-CoV-1 per l'80 percento (anche se fortunatamente è molto meno letale, benché più contagioso). Se il nuovo coronavirus “si comportasse come i virus cugini, ad esempio Sars-CoV-1, darebbe origine anche ad una colonizzazione del Sistema Nervoso Centrale con uno scenario ben più complesso, caratterizzato sia da una invasione dei centri cardio-respiratori, presenti nel troncoencefalo, sia da processi neuroinfiammatori responsabili di gravi conseguenze quali decadimento cognitivo, deficit di memoria e cali di attenzione”, ha dichiarato il professor Steardo.

Un indizio di questa possibile “invasione” l'hanno trovata scienziati del Ditan Hospital di Pechino, che hanno identificato tracce del coronavirus nel liquido cerebrospinale di un paziente. Si tratta del fluido che permea il sistema nervoso con molteplici funzioni, compresa quella di protezione. Il paziente, come indicato dall'agenzia di stampa governativa cinese Xinhua, mostrava “sintomi associati a una riduzione della coscienza, benché nelle immagini della TC non si evidenziassero segnali anomali”. Non è chiaro se il liquido cerebrospinale del paziente sia stato effettivamente contaminato dal coronavirus durante l'infezione, o se si sia trattata di una contaminazione accidentale del campione, tuttavia si potrebbe essere innanzi allo scenario supposto dal medico dell'ateneo romano.

“Se da una parte è certo che le cellule bersaglio primarie per il Covid-19 sono quelle epiteliali del tratto respiratorio, dall'altra è difficile ritenere che la penetrazione del virus nell'organismo si mantenga tanto limitata. Difatti dati clinici e preclinici da studi con altri Coronavirus suggeriscono di una loro maggiore invasività tissutale. È dimostrato che i CoV, soprattutto quelli appartenenti al sottotipo beta, famiglia del Covid-19, invadono frequentemente il sistema nervoso centrale: seppure al momento mancano dirette evidenze, l'alta identità tra i CoV e il Covid 19 lascia presumere che anche quest'ultimo ceppo possa colonizzare il sistema nervoso centrale”, ha dichiarato il professor Steardo. Lo specialista ha inoltre sottolineato che alla luce di questa ipotesi “un trattamento anti-neuroinfiammazione potrebbe aiutare i pazienti ad ottenere, in caso di guarigione, una migliore qualità della vita”.