17 Settembre 2021
14:35

Il clima impazzito ha fatto crollare la produzione di miele in Italia fino al 95%: a rischio le api

I cambiamenti climatici hanno determinato un crollo senza precedenti nella produzione del miele in Italia, soprattutto in Toscana ed Emilia Romagna, dove è stata praticamente azzerata (- 95 percento). Le fioriture sono state infatti “cancellate” da sbalzi termici, gelate, bombe d’acqua e altri fenomeni atmosferici catalizzati dal riscaldamento globale, che hanno lasciato le api senza nettare. Ora rischiano di non superare l’inverno.
A cura di Andrea Centini

Nel 2021 la produzione di miele in alcune Regioni italiane è crollata fino al 95 percento. Il clima “impazzito”, con un inverno insolitamente caldo e una primavera molto perturbata, non ha infatti permesso alle api di garantire una produttività soddisfacente, comunque già in significativa riduzione da diversi anni. I cambiamenti climatici hanno innescato un susseguirsi di eventi meteo estremi che hanno spazzato via le fioriture appena sbocciate, lasciando le api senza il nettare necessario. In molti casi gli apicoltori sono stati costretti a nutrire le colonie con “biberon” di sciroppi zuccherini, una pratica regolamentata a livello europeo proprio nell'ottica della produzione del miele. Sono state miliardi le api salvate con questa procedura. Il danno per l'apicoltura italiana è stato enorme, ma con l'inverno alle porte è a rischio la sopravvivenza delle colonie stesse, che non hanno scorte a sufficienza per i prossimi, difficili mesi. Gli apicoltori si appellano alla politica per evitare il peggio.

Come riportato dall'ANSA, le due Regioni più colpite dal calo produttivo di miele sono state la Toscana e l'Emilia-Romagna, dove il crollo è stato appunto del 95 percento. Ma non è andata molto meglio altrove. Negli anni passati gli alveari in Lombardia producevano in media 20 chilogrammi di miele di acacia ciascuno; quest'anno la produttività è stata di appena 500 grammi / 1 chilogrammo per alveare, determinando una perdita di fatturato di 30 milioni di Euro. Ad essere colpite anche le Regioni meridionali. In Sicilia e Puglia, ad esempio, in diverse aree la produzione di miele di arancio si è praticamente fermata, determinando una produttività complessiva inferiore al 50 percento della media. Stessa sorte per il miele di sulla, una pianta erbacea (Hedysarum coronarium) che cresce spontaneamente nei Paesi affacciati sul Mar Mediterraneo. La situazione è talmente drammatica che è stata persino annullata la famosa Settimana del miele di Montalcino (Siena), la più importante manifestazione tematica, che si tiene solitamente nel secondo weekend di settembre (da circa 50 anni quasi ogni anno).

Le fioriture sono state bersagliate da gelate, piogge alluvionali (spesso vere e proprie bombe d'acqua), grandinate e sbalzi di temperatura repentini, venendo rovinate irrimediabilmente e riflettendosi sul “lavoro” delle api. Tra le piante più colpite il tarassaco, il ciliegio, l'asfodelo, il trifoglio, il mandorlo e gli agrumi, tutte coinvolte nel sostentamento delle api e nella conseguente produzione di miele. La scarsità di nutrimento ha ridotto sensibilmente anche i tassi di fecondazione delle regine. È una situazione drammatica che rischia di peggiorare ulteriormente nei prossimi anni. La tenuta delle colonie e l'apicoltura sono infatti esposte a molteplici minacce: oltre ai cambiamenti climatici, tra i fattori più significativi vi sono la distruzione degli habitat naturali (per far posto alle monocolture) e l'ampio uso di pesticidi neonicotinoidi, che stanno determinando un crollo significativo nella biodiversità degli insetti. Molte specie rischiano di estinguersi nei prossimi decenni. Dal 2006 è inoltre stato osservato un misterioso fenomeno chiamato “sindrome dello spopolamento degli alveari” o CCD (acronimo Colony Collapse Disorder), che determina la scomparsa improvvisa di interi alveari.

I problemi non riguardano solo l'Italia; è in netto calo anche l'importazione di miele dall'estero, che arriva per il 50 percento dall'Ungheria, in parte significativa dalla Spagna e in quota minore dalla Cina. Rispetto all'anno scorso, segnala il Sole 24 Ore, c'è stato un calo nell'importazione di 5 milioni di chilogrammi nel nostro Paese, passati da 27 milioni a 22 milioni, ovvero il 20 percento in meno. Tutta l'industria in affanno, un segnale inequivocabile dell'impatto catastrofico dell'uomo sugli equilibri naturali.

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