Un'idea che risale a già diversi decenni fa, che in Francia e in Gran Bretagna è già realtà clinica da tempo e che nel nostro Paese è finalmente in fase di sperimentazione: il suo nome DigniCap ed è attualmente allo studio presso l'Istituto Europeo di Oncologia di Milano. Si tratta di un caschetto in grado di limitare uno degli effetti collaterali più tristemente noti della chemioterapia, ossia l'indebolimento dei bulbi piliferi del cuoio capelluto e la conseguenza caduta dei capelli.

Al momento il dispositivo è stato testato su trenta donne, in cura per il tumore al seno e sottoposte a trattamenti terapeutici che notoriamente causano la perdita dei capelli. L'85% del campione si è detto soddisfatto dei risultati ottenuti grazie al caschetto refrigerante, avendo assistito ad una perdita che non ha superato la metà della capigliatura.

L'apparecchiatura consiste in un macchinario e due caschetti collegati che devono essere indossati prima, durante e dopo la chemioterapia: l'azione garantisce il raffreddamento del cuoio capelluto che, inducendo la restrizione dei casi, diminuisce la perfusione del sangue in quella zona precisa, attutendo così localmente l'effetto distruttivo sui capelli dei farmaci somministrati. Il cuoio capelluto si manterrà così ad una temperatura costante compresa tra i 3 e i 5 gradi, dopo un processo di raffreddamento che avviene in maniera graduale «per causare il minor disagio possibile alla paziente».

Al caschetto di pensava già dagli anni '60, ma c'è stata la necessità di perfezionarlo molto nel tempo per rispondere realmente all'obiettivo che si era prefissa: come specificato da Paolo Veronesi, direttore della divisione di Senologia chirurgica dell’istituto, infatti, non tutti i pazienti possono sottoporsi al trattamento con il caschetto durante il trattamento chemioterapico. Questo perché il successo del macchinario è legato alla tipologia e al protocollo della terapia, oltre che alla dose, al tempo di infusione e, non ultimo, alle caratteristiche individuali di ciascuna singola persona. Ecco perché è necessario partire da una sperimentazione su un gruppo pilota per migliorarne la performance e sperare di estenderne l'utilizzo al massimo.