Un camoscio appenninico. Credit: Daderub
in foto: Un camoscio appenninico. Credit: Daderub

Entro il 2070 il camoscio d'Abruzzo o camoscio appenninico (Rupicapra pyrenaica ornata) – una sottospecie del camoscio pirenaico – potrebbe sparire dal suo habitat naturale nel Parco Nazionale di Abruzzo, Lazio e Molise. A causa dei cambiamenti climatici e dei conseguenti effetti sulla vegetazione, infatti, si potrebbe arrivare alla totale mortalità dei cuccioli nel giro di 50 anni, un evento che trascinerebbe inevitabilmente la sottospecie verso il baratro. Attualmente è già classificata come vulnerabile (codice VU) nella Lista Rossa dell'Unione Internazionale per la Conservazione della Natura (IUCN).

A ipotizzare l'infausto scenario è stato un team di ricerca italiano guidato da scienziati del Dipartimento di Scienze della Vita e del Dipartimento di Economia e Statistica dell'Università di Siena, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Scienze della Terra e dell'Ambiente dell'Università degli Studi di Pavia. Gli scienziati, coordinati dal professor Sandro Lovari, docente presso l'Unità di Ricerca di Ecologia Comportamentale, Etologia e Gestione della Fauna Selvatica dell'ateneo toscano, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver simulato l'evoluzione delle future temperature primaverili – che giocano un ruolo fondamentale nella disponibilità i pascoli per i camosci – e l'impatto sulle popolazioni dell'ungulato.

Poiché la temperatura potrebbe aumentare di altri 2° C nel prossimo mezzo secolo, come ha già fatto dagli anni '70 del secolo scorso ai giorni nostri, dall'analisi dei dati è emerso che ciò potrebbe portare alla totale mortalità dei piccoli camosci appenninici, in una forchetta di rischio che spazia dal 28 percento (nella migliore delle ipotesi) al 95 percento (il peggior scenario possibile). Le ragioni di questa potenziale moria sono legate al fatto che l'aumento delle temperature influenza negativamente la distribuzione e la qualità del trifoglio di Thal (Trifolium thalii) in alta quota, che è alla base dell'alimentazione dell'ungulato ed è fondamentale per sostenere allattamento e svezzamento nel periodo estivo, come sottolineato dagli scienziati. “Dal 1970 al 2014, l'aumento delle temperature primaverili (2 ° C) nella nostra area di studio ha portato a un inizio più precoce (25 giorni) del green-up nelle praterie alpine comprese tra 1700 e 2000 m, ma non più in alto”, hanno scritto nell'abstract del proprio studio gli scienziati italiani.

“Le conseguenze negative dei cambiamenti climatici che si verificano attualmente alle quote più basse si sposteranno in futuro a quelle più elevate. I loro effetti varieranno con la flessibilità ecologica e comportamentale specie-specifica degli ungulati di montagna, nonché con la disponibilità di rifugi climatici”, hanno aggiunto gli esperti, sottolineando che il camoscio ha una variabilità genetica ridotta – forse a causa dei numeri limitati del passato – e che dunque potrebbe essere meno capace di adattarsi alle nuove condizioni climatiche, a differenza di altre specie. A rendere ancor più complicata la situazione del camoscio appenninico anche la competizione col cervo nobile e la ricolonizzazione boschiva. I dettagli della ricerca “Climatic changes and the fate of mountain herbivores” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica Climate Change.