L'Uragano Irene

Semplice leggenda metropolitana o luogo comune, quella che un aumento della temperatura avrebbe il potere di aumentare la probabilità che si verifichi un conflitto? La scienza, adesso, dice che questo può accadere, anzi accade. Ma, attenzione, non stiamo parlando delle liti tra vicini che degenerano in tragedie inspiegabili, per il cane che abbaia o per il volume della televisione; il discorso non è così banale, poggia le basi su un accurato studio condotto negli Stati Uniti e pubblicato dalla rivista Nature e, soprattutto, prende in esame una notevole mole di dati riguardanti i paesi che si trovano ad essere direttamente investiti dal fenomeno climatico denominato el Niño.

Grande accusato da parte dei ricercatori, el Niño, che si verifica nell'Oceano Pacifico, mediamente ogni cinque anni, oscillando tuttavia tra i tre e i sette, provoca un innalzamento delle temperature e della pressione, portando intense e anche violente precipitazioni su America centro-meridionale, Pacifico meridionale ed Australia settentrionale e siccità dall'Africa centro occidentale fino all'Indonesia. Secondo gli autori della ricerca, il riscaldamento del clima e le sue dirette conseguenze avrebbero un'influenza diretta sui 90 paesi tropicali colpiti, raddoppiando il rischio che in essi esplodano conflitti, arrivando addirittura ad essere un fattore potenziale nel 21% delle guerre degli ultimi 54 anni.

Non si tratterebbe di determinismo geografico, naturalmente: la correlazione tra siccità o disastri ambientali da una parte e i conflitti e le tensioni dall'altra, non ha bisogno di essere dimostrata o argomentata. Va da sé che lo scoppio di una vera e propria guerra, per lo più, affonda le radici negli anni precedenti in cui si sono creati tutti i presupposti affinché si giungesse allo scontro frontale: negli anni di el Niño in numerosi paesi quella che era una guerriglia strisciante finì per esplodere violentemente, stando a quanto hanno messo in luce i ricercatori. Disuguaglianze, povertà e miseria, situazioni di degrado a cui un clima non favorevole avrebbe assestato un colpo definitivo.

Questo secondo lo studio presentato dalla Columbia University, in cui Solomon Hsiang, economista, ed i suoi colleghi, hanno stabilito che le probabilità di una guerra passano dal 3% dei periodi più freschi, al 6% degli anni di el Niño: percentuale che non muta in alcun modo nei paesi non interessati dal fenomeno climatico, rafforzando così la tesi che i cicli climatici guidano, in un certo modo, le sorti dell'umanità ben al di là di quanto immaginiamo.

El niño, bambino, deve il suo nome al fatto che il fenomeno si manifesta, normalmente, durante il periodo natalizio; ad esso si alterna, negli anni, la Niña durante la quale le acque si raffreddano e la pressione sul Pacifico diminuisce. Quest'ultima nel 2010 ha fatto in modo, stando alle accurate misurazioni operate grazie ai satelliti, che il livello dei mari scendesse durante lo scorso anno di ben 5 millimetri, per la serenità di tutti quei luoghi, in Italia abbiamo Venezia, che nell'innalzamento delle acque vedono a buon diritto, un grave pericolo per la propria sopravvivenza.

Infatti se è vero quanto detto più sopra, ovvero che un fenomeno climatico del genere può avere dirette conseguenze sui conflitti solo qualora i paesi siano direttamente coinvolti, è ugualmente giusto tenere presente che per quanto riguarda clima e precipitazioni, l'influenza di ENSO (El Niño Southern Oscillation) coinvolge non solo il Pacifico e la fascia tropicale, ma metà del pianeta se non di più. Siamo tutti sotto lo stesso cielo: preoccupiamoci, dunque, di non far riscaldare troppo il nostro pianeta, se non vogliamo trovarci dinanzi a scenari apocalittici, in futuri non troppo lontani.