17 Settembre 2021
16:33

Il buco nell’ozono ha raggiunto dimensioni mostruose: è più grande dell’Antartide e cresce ancora

Attraverso i dati satellitari raccolti dal Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS) è stato determinato che il buco nell’ozono ha raggiunto i 23 milioni di chilometri quadrati, un’estensione superiore a quella del continente antartico, sopra al quale si trova. A causa delle condizioni attuali continuerà a crescere nelle prossime settimane.
A cura di Andrea Centini

Il buco dell'ozono sull'Antartico ha raggiunto dimensioni mostruose; è infatti diventato più grande del continente ghiacciato stesso, con un'estensione pari a 23 milioni di chilometri quadrati. È talmente grande che oltre ad aver superato l'estensione record di quello dello scorso anno (nello stesso periodo), attualmente ha dimensioni maggiori del 75 percento dei buchi nell'ozono osservati dal 1979 ad oggi. Si tratta di un dato particolarmente preoccupante, tenendo presente che maggiore è l'estensione (e la profondità) di questa voragine nello strato di ozono, superiore è la concentrazione di radiazioni solari pericolose per la salute (raggi ultravioletti – UV) a raggiungere la Terra.

A determinare l'estensione del buco dell'ozono sono stati gli scienziati della missione Copernicus, gestita in collaborazione tra l'Agenzia Spaziale Europea (ESA) e la Commissione europea. Nello specifico, il monitoraggio è stato effettuato analizzando i dati del Copernicus Atmosphere Monitoring Service (CAMS), un servizio del Centro europeo per le previsioni meteorologiche a medio termine (ECMWF). Il CAMS si avvale di sensori sui satelliti che raccolgono dati sia sull'ozono presente a livello del suolo, una sostanza inquinante pericolosa che può provocare significativi problemi respiratori, che quello nell'alta atmosfera, lo scudo che ci protegge dalle letali radiazioni solari.

Il buco nell'ozono non ha dimensioni stabili ma si amplia e si restringe in base a specifici cicli stagionali. In questo periodo dell'anno, in cui si verifica il passaggio dall'inverno alla primavera nell'emisfero australe, si determinano le dimensioni maggiori dell'anno, a causa di composti chimici prodotti dalle attività umane – come il bromo e il cloro – che raggiungono la stratosfera e iniziano a eroderlo attraverso le reazioni. Nel meccanismo di formazione/erosione è coinvolto anche un vortice di aria fredda chiamato “vortice polare antartico”, le cui dinamiche possono essere influenzate dai cambiamenti climatici. Il picco massimo nell'estensione del buco viene raggiunto proprio tra settembre e ottobre, successivamente le dimensioni si riducono e stabilizzano. Nella tarda primavera australe (a dicembre) il riscaldamento della stratosfera rallenta il processo di erosione e il buco nell'ozono tende infatti a restringersi. Quest'anno, come indicato, la crescita record delle ultime settimane ha fatto raggiungere i 23 milioni di chilometri quadrati. Lo scorso anno il picco fu raggiunto il 2 ottobre, con 25 milioni di chilometri quadrati; al momento l'estensione della voragine è ancora in aumento e il picco del 2020 potrebbe essere superato nelle prossime settimane.

“Quest'anno, il buco dell'ozono si è sviluppato come previsto all'inizio della stagione. Sembra abbastanza simile a quello dell'anno scorso, che non è stato davvero eccezionale fino all'inizio di settembre, ma poi nel corso della stagione si è trasformato in uno dei buchi dell'ozono più grandi e più duraturi nel nostro record di dati. Ora le nostre previsioni mostrano che il buco di quest'anno si è evoluto in uno piuttosto più grande del solito. Il vortice è abbastanza stabile e le temperature stratosferiche sono persino inferiori rispetto allo scorso anno, quindi potrebbe continuare a crescere leggermente nelle prossime due o tre settimane”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Vincent-Henri Peuch, direttore del servizio di monitoraggio dell'atmosfera della missione Copernicus.

Ma la situazione sarebbe potuta essere ben più drammatica, se nel 1987 non fosse stato firmato il protocollo di Montreal per vietare l'uso dei clorofluorocarburi (CFC), sostanze che divorano letteralmente lo strato di ozono quando immesse in atmosfera. Secondo il recente studio su Nature “The Montreal Protocol protects the terrestrial carbon sink”, se non ci fosse stato questo accordo tra i Paesi, con un aumento ulteriore della temperatura a causa dei cambiamenti climatici ci sarebbe stato un vero e proprio collasso dello strato di ozono, con rischi mortali per la nostra e tutte le altre specie viventi. Gli effetti dei clorofluorocarburi immessi in passato (e in alcuni casi anche oggi) si fanno ancora sentire e secondo gli esperti dovremo attendere fino al 2060-2070 per il ripristino del buco dell'ozono.

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