Quando emerge un caso positivo di coronavirus SARS-CoV-2 all'interno di una famiglia, la metà dei conviventi è destinata ad ammalarsi nel giro di qualche giorno. In altri termini, il "caso indice" di un nucleo famigliare in media infetta il 50 percento degli altri membri. La trasmissione del virus in questo ambito casalingo è frequente sia che il primo paziente sia un adulto sia che si tratti di un bambino, benché i più grandi hanno una maggiore – seppur leggera – probabilità di diffondere il patogeno.

A giungere a queste conclusioni è stato un team di ricerca americano guidato da scienziati del Medical Center presso l'Università Vanderbilt di Nashville, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Marshfield Clinic Research Institute e del CDC COVID-19 Response Team. Poiché si è trattato di uno studio governativo, gli studiosi hanno lavorato sotto l'egida dei Centers for Disease Control and Prevention o CDC (i Centri per la prevenzione e il controllo delle malattie), tra i principali organi di salute pubblica negli Stati Uniti. Gli scienziati, coordinati dal professor Carlos G. Grijalva dell'ateneo del Tennessee, hanno determinato il tasso di infezione nelle famiglie dopo aver analizzato i dati di un centinaio di nuclei coinvolti in uno studio ad hoc.

Nello specifico, Grijalva e colleghi hanno arruolato 191 contatti familiari di 101 positivi che non mostravano sintomi quando il “caso indice” è risultato positivo. Tutti i partecipanti hanno compilato quotidianamente appositi diari per tenere traccia dell'eventuale comparsa dei sintomi, inoltre sono stati “addestrati” a raccogliere campioni nasali e salivari tutti i giorni, per 14 giorni consecutivi. Dall'analisi dei campioni, Grijalva e colleghi hanno determinato che durante il periodo di follow-up ha sviluppato l'infezione il 53 percento dei coinvolti. Meno della metà ha sviluppato sintomi. Il tasso di infezione è risultato essere del 57 percento quando il primo membro della famiglia ad essersi ammalato era un adulto, e scendeva al 43 percento quando invece si trattava di un bambino. Circa il 70 percento dei casi indice ha dichiarato di aver trascorso 4 o più ore con almeno un altro membro della sua famiglia il giorno prima della comparsa dei sintomi; il 40 percento lo ha fatto il giorno dopo. Allo stesso modo, il 40 percento dei casi indice ha dichiarato che dormiva nella stessa stanza con uno o più membri della famiglia prima dello sviluppo della malattia, e il 30 percento ha continuato a farlo anche dopo.

I risultati dello studio “Transmission of SARS-COV-2 Infections in Households — Tennessee and Wisconsin, April–September 2020” suggeriscono dunque che il rischio di contagio per i familiari conviventi di un positivo è assai elevato. Le raccomandazioni sono l'isolamento in una stanza del paziente con COVID-19 (a porta chiusa) e l'uso delle mascherine da parte di tutti. Laddove possibile, si dovrebbero usare bagni diversi, così come non si devono condividere posate, asciugamani e altri oggetti di uso comune. Il Italia i contatti stretti di un positivo devono rispettare 14 giorni di quarantena, e sono liberi al termine di essi se nel frattempo non sviluppano sintomi. Al decimo giorno è possibile effettuare un tampone rapido o molecolare; in caso di negatività si può uscire prima dalla quarantena.