Credit: United States Department of Agriculture
in foto: Credit: United States Department of Agriculture

Tra le numerose specie di “superbatteri” che minacciano la salute globale, gli enterococchi resistenti alla vancomicina sono fra quelli segnati in rosso nell'elenco dell'Organizzazione Mondiale della Sanità. Un pericoloso ceppo proveniente dall'Australia ha iniziato a diffondersi in Europa, e solo in Svizzera in circa 8 mesi ha colpito ben 230 pazienti, fortunatamente senza provocare decessi. Analogamente all'Escherichia coli, un altro superbatterio sotto strettissima sorveglianza, anche questo genere di batteri è commensale nell'intestino dell'essere umano: nello specifico si tratta dell'Enterococcus faecium e dell'Enterococcus faecalis. Sono tra i principali agenti patogeni delle infezioni nosocomiali, cioè quelle che avvengono in ospedale, che solo in Italia uccidono settemila persone ogni anno (il doppio delle vittime degli incidenti stradali). A causa della grande somiglianza con gli streptococchi, fino a una trentina di anni fa si riteneva che questi microorganismi facessero parte dello stesso genere; tuttavia, in seguito a una revisione sistematica operata dai microbiologi, si è deciso di classificarli come Enterococcus.

Cosa sono gli enterococchi resistenti alla vancomicina

Gli enterococchi resistenti alla vancomicina (o vancomicina-resistenti) sono batteri gram positivi appartenenti al phylum dei Fimicutes. Le due specie di interesse sanitario per l'essere umano, come indicato, sono i commensali Enterococcus faecium ed Enterococcus faecalis, che vivono normalmente nel nostro intestino. Come suggerisce il loro nome questi microorganismi hanno sviluppato una resistenza alla vancomicina, un antibiotico glicopeptidico dall'alto peso molecolare che agisce legandosi alla loro parete cellulare. L'azione battericida del farmaco è lenta ed efficace durante la loro fase di replicazione, per questo funziona meglio in associazione ad altri antibiotici. Tuttavia, a causa dell'uso scriteriato degli antimicrobici, col passare del tempo gli enterococchi hanno sviluppato una notevole resistenza alla vancomicina, diventando così dei pericolosi agenti patogeni in ambito nosocomiale. Anche perché sono caratterizzati da una notevole capacità di sopravvivenza a parametri variabili di temperatura, pH e livelli di ossigeno. Non a caso sono diffusissimi nell'ambiente.

Le infezioni causate dagli enterococchi

Gli enterococchi sono agenti patogeni occasionali, che possono sfruttare falle nel sistema immunitario e scatenare un'infezione. Le più comuni contratte in ospedale riguardano il tratto urinario, seguite da diverticoliti – infiammazioni dell'apparato digerente -, endocarditi che colpiscono rivestimento interno del cuore e valvole cardiache e meningiti, che interessano le membrane che avvolgono i cervello (pia madre, dura madre e aracnoide). Le infezioni da enterococco possono dar vita anche a una batteriemia, cioè alla presenza diffusa degli agenti patogeni nel flusso sanguigno. Normalmente non si tratta di microorganismi molto virulenti, ma quando riescono a scatenare un'infezione sono difficili da debellare e il tasso di mortalità è piuttosto elevato. Proprio per questo sono sotto l'occhio vigile delle autorità sanitarie. Le infezioni da enterococco possono scatenare una sepsi o setticemia, una reazione immunitaria spropositata che nel mondo uccide una persona ogni tre secondi.

Perché gli enterococchi sono così resistenti

Una parte degli enterococchi manifesta una resistenza intrinseca a farmaci antibiotici diffusi come alcune penicilline, a larga parte delle cefalosporine e agli aminoglicosidi. A renderli ancor più minacciosi la recente emersione di nuovi ceppi in grado di resistere anche alla vancomicina (per questo motivo sono stati ribattezzati VRE, acronimo di vancomycin-resistant Enterococcus). La difficoltà nell'eradicare l'infezione e l'alta capacità adattativa nell'ambiente rendono questi microorganismi dei temibili superbatteri. Per ucciderli si utilizzano combinazioni di aminoglicoside e penicillina e fluorochinoloni.