Sarcofaghi in legno nella Basilica San Domenico Maggiore di Napoli. Credit: Università di Pisa
in foto: Sarcofaghi in legno nella Basilica San Domenico Maggiore di Napoli. Credit: Università di Pisa

Grazie ai resti degli insetti rilevati all'interno delle sepolture di re Ferrante II di Aragona e di altri nobili aragonesi ospitate nella Basilica di San Domenico Maggiore di Napoli, gli scienziati hanno fatto luce sulla preparazione dei sarcofagi e sulle tempistiche della loro apertura. Dalle specie di insetti che vengono rilevate in associazione a mummie e cadaveri, infatti, è possibile svelare i segreti del trattamento dei corpi e sulla eventuale esposizione – più o meno tardiva – alla luce del sole, un evento spesso legato a violazioni dei “tombaroli” a caccia di tesori e gioielli che accompagnano i defunti, soprattutto nobili e ricchi del passato.

A studiare tombe e resti di quattro mummie risalenti al XV-XVII secolo, appartenenti al re di Napoli Ferrante II di Aragona, alla regina di Napoli Giovanna IV di Aragona, al Marchese del Vasto e Pescara Francesco Ferdinando di Avalos e alla Duchessa di Montalto Caterina di Moncada, è stato un team di ricerca italiano guidato da scienziati dell'Università di Pisa, che hanno collaborato con un collega dell'Università di Huddersfield, Regno Unito. I ricercatori, coordinati dal professor Augusto Loni, entomologo del Dipartimento di Scienze Agrarie, Alimentari ed Agro-Ambientali dell'ateneo toscano, hanno identificato in tutto 842 esemplari di insetti, la stragrande maggioranza dei quali (97 percento) prelevati dal sarcofago in legno di Francesco Ferdinando d'Avalos, quello meglio conservato. Dalle analisi è emerso che l'88% degli insetti apparteneva all'ordine dei ditteri (come mosche e foridi), il 9 percento ai lepidotteri (farfalle e falene) e il 3 percento ai coleotteri.

In base al tipo di colonizzazione individuato, Loni e colleghi hanno determinato che le tombe dei nobili rimasero chiuse molto a lungo, in un luogo asciutto e riparato. Probabilmente anche grazie alla chiusura dei sarcofagi (nella basilica napoletana ce ne sono 38) attraverso materiale bituminoso, che li ha sigillati permettendo la conservazione delle mummie e una tardiva esposizione agli insetti. “Tutti gli esemplari ritrovati appartengono a specie che colonizzano tardivamente i corpi nel corso dei processi di decomposizione”, ha dichiarato il professor Loni, aggiungendo che l'assenza di ditteri calliforidi suggerisce una prolungata conservazione. “Il ritrovamento di frammenti di coleotteri dermestidi e lepidotteri tineidi testimonia un accesso ai corpi avvenuto ad una notevole distanza temporale dalla loro sepoltura, in generale si tratta di uno scenario coerente con l’ipotesi di una nuova apertura, tardiva e prolungata dei sarcofagi, che ha permesso a questi insetti di colonizzare i corpi, compiere il loro ciclo ed abbandonare l’ambiente”, ha aggiunto il coautore dello studio Giovanni Benelli. Questo tipo di analisi permette dunque di capire destino e trattamento dei corpi di personaggi del passato, aiutandoci a comprendere meglio il percorso che li ha portati ai giorni nostri e la loro storia. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Journal of Medical Entomology.