La COVID-19, l'infezione provocata dal coronavirus SARS-CoV-2, è una nuova malattia, pertanto i medici non ne conoscono ancora bene tutte le conseguenze a lungo termine. Tra le preoccupazioni maggiori c'è la ripresa della funzionalità respiratoria nei pazienti che hanno avuto una polmonite bilaterale interstiziale o, ancora peggio, una sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), due delle complicazioni più severe che possono lasciare seri danni al tessuto polmonare. Grazie a un nuovo studio, tuttavia, è stato dimostrato che a tre mesi dalla guarigione dalla forma acuta, nella maggior parte dei casi i polmoni dei pazienti ricoverati in gravi condizioni recuperano bene.

Ad annunciare la buona notizia è stato un team di ricerca dei Paesi Bassi composto da scienziati del Medical Center dell'Università Radboud (Nimega), tra i quali specialisti dei dipartimenti di Malattie Polmonari, Radiologia, Terapia Intensiva e Medicina di base. I ricercatori, coordinati dal professor Bram van den Borst, docente di Pneumologia, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver seguito i casi di 124 pazienti guariti da varie forme della COVID-19. I pazienti erano per il 60 percento maschi, avevano un'età media di 59 anni ed erano così suddivisi: in 27 avevano sviluppato la forma lieve della malattia; in 51 la moderata, in 26 la grave e in 20 la critica. Tutti hanno visitato una clinica specializzata post-terapia nella sede universitaria di Dekkerswald, una struttura ambulatoriale multidisciplinare dove i medici hanno valutato il recupero – a tre mesi di distanza – attraverso TAC, test per verificare la funzionalità polmonare, radiografia del torace, composizione corporea, test del cammino di 6 minuti, questionari sullo stato mentale/cognitivo e altri esami ad hoc.

Dall'analisi delle cartelle cliniche è stato dimostrato che a tre mesi di distanza il tessuto polmonare dei pazienti si stava riprendendo bene. Il danno residuo al tessuto, hanno spiegato i ricercatori in un comunicato stampa, era generalmente limitato ed era più spesso riscontrato nei pazienti che erano stati trattati in terapia intensiva. “Il novantanove percento dei pazienti dimessi aveva una riduzione dell'opacizzazione a vetro smerigliato nelle successive scansioni TC, e radiografie del torace normali sono state trovate nel 93 percento dei pazienti con malattie lievi. Anomalie residue del parenchima polmonare erano presenti nel 91 percento dei pazienti dimessi ed erano correlate a una ridotta capacità di diffusione polmonare”, si legge nell'abstract dello studio. Tra i disturbi più comuni rilevati da van der Borst e colleghi vi erano stanchezza, mancanza di respiro e dolori al torace. “I modelli che vediamo in questi pazienti mostrano somiglianze con il recupero a seguito di una polmonite acuta o della sindrome da distress respiratorio acuto (ARDS), in cui il liquido si accumula nei polmoni. Anche il recupero da queste condizioni richiede generalmente molto tempo. È incoraggiante vedere che i polmoni dopo le infezioni da COVID-19 mostrano questo livello di recupero”, ha dichiarato l'autore principale della ricerca.

Curiosamente, gli scienziati si sono resi conto che il tasso di recupero risultava migliore nei pazienti che erano stati ricoverati in terapia intensiva rispetto a quelli che erano stati seguiti a casa, ma che in seguito a sintomi persistenti erano stati indirizzati alla clinica post-terapia dal proprio medico di famiglia. “Sembra che ci sia un sottogruppo di pazienti che inizialmente ha manifestato sintomi lievi di COVID-19, e che in seguito ha continuato a sperimentare disturbi e limitazioni persistenti”, ha sottolineato van den Borst. “Ciò che colpisce è che abbiamo trovato a malapena una qualunque anomalia nei polmoni di questi pazienti. Ma considerando la varietà e la gravità dei disturbi e la dimensione plausibile di questo sottogruppo, c'è un urgente bisogno di ulteriori ricerche sulle spiegazioni e sulle opzioni di trattamento”, ha aggiunto lo scienziato. I dettagli della ricerca “Comprehensive health assessment three months after recovery from acute COVID-19” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Clinical Infectious Diseases.