I pazienti affetti da COVID-19 che vengono dichiarati guariti e che successivamente risultano di nuovo positivi al coronavirus non stanno sperimentando una seconda infezione, bensì starebbero espellendo cellule morte provenienti dai propri polmoni, all'interno delle quali è ancora rilevabile l'RNA virale del SARS-CoV-2. In parole semplici, saremmo innanzi a un effetto legato all'aggressione originale, e che farebbe parte del processo di guarigione. Ad annunciare l'esistenza di questo fenomeno un portavoce dell'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) all'Agence France-Presse (AFP), facendo riferimento ad alcune recenti scoperte sulla patologia infettiva che ha messo in ginocchio il mondo intero.

Il fatto che non si tratti di seconde infezioni da coronavirus ma di "falsi positivi" (come le decine di casi rilevati in Corea del Sud) è una notizia estremamente positiva. C'era infatti il rischio che il patogeno emerso in Cina potesse colpire “a ripetizione”, senza generare anticorpi neutralizzanti, non essendo noti né la sua immunogenicità né quanto tempo dovrebbe durare la potenziale immunità dopo un'infezione. Per quanto concerne il virus del morbillo, l'immunità dura tutta la vita; per l'influenza stagionale, a causa dell'elevato numero dei patogeni coinvolti e del notevole tasso di mutazione, è necessario fare un nuovo vaccino ogni anno; mentre per il coronavirus della SARS (che condivide l'80 percento del patrimonio genetico col SARS-CoV-2) si ritiene che essa duri al massimo un paio di anni. Per il nuovo patogeno, come specificato, questa preziosa informazione non è ancora disponibile.

A confermare il rilevamento delle cellule morte espulse dai polmoni dei guariti vi è anche l'infettivologa ed epidemiologa americana Maria Van Kerkhove, responsabile tecnica della risposta all'emergenza COVID-19 dell'Organizzazione mondiale della sanità (OMS). La ricercatrice, intervistata alla BBC, ha dichiarato che “mentre i polmoni guariscono, ci sono parti di questi organi – che sono cellule morte – che stanno emergendo”. “Sono frammenti di polmoni che si stanno effettivamente rivelando positivi”, ha aggiunto la scienziata. Da sottolineare che l'RNA virale rilevato dopo i tamponi rino-faringei "non è virus infettivo, non è una riattivazione", ma fa parte "del processo di guarigione", spiega la scienziata.

A suffragio delle parole Van Kerkhove vi sono anche le dichiarazioni del professor Seol Dai-wu, ricercatore specializzato nello sviluppo di vaccini presso l'Università “Chung-Ang” di Seoul: "Il test di reazione a catena della polimerasi inversa in tempo reale (quello che si esegue sui campioni biologici dei tamponi NDR) non è in grado di distinguere una particella virale infettiva da una non infettiva", ha dichiarato lo scienziato alla Reuters. Per questa ragione è possibile risultare positivi una seconda volta al tampone, ma non significa affatto che si è ancora in grado di contagiare le altre persone.

C'è ancora molto da capire sulla COVID-19, ma col passare del tempo gli scienziati stanno raccogliendo informazioni sempre più preziose che aiuteranno a combatterla e a guidare le nuove strategie di contenimento. La speranza principale è rivolta a un vaccino sicuro ed efficace, che potrebbe essere reso disponibile già a partire dal prossimo autunno, secondo alcuni scienziati che ci stanno lavorando.