coca

Un team di ricercatori dell'autorevole Scuola di Medicina Perelman presso l'Università della Pennsylvania ha scoperto che i figli di padri che consumano cocaina possono avere gravi deficit cognitivi, in particolar modo per quanto concerne le capacità mnemoniche. Gli effetti sarebbero del tutto isolati da quelli scaturiti da madri cocainomani, soprattutto se il consumo dello stupefacente avviene durante la gravidanza. In quest'ultimo caso, oltre a nascite premature e parti solitamente più lunghi e complicati del normale, tra le conseguenze più gravi può esservi l'ipossia fetale, innescata dall'accumulo della sostanza nei tessuti placentari, la cui azione vasocostrittrice può ridurre il lume dell'arteria ombelicale.

Gli studiosi americani, coordinati dal professor Christopher Pierce, docente di Neuroscienze in Psichiatria presso l'ateneo di Philadelphia, hanno scoperto che gli effetti negativi innescati dai padri cocainomani si riflettono solo sui figli maschi e non sulle figlie femmine. Per giungere a questa conclusione, il team di Pierce ha analizzato il comportamento di ratti ai quali è stata somministrata cocaina per lungo tempo. I figli maschi di questi ultimi non solo avevano una minore capacità nel ricordare la posizione degli elementi inseriti nel loro ambiente, ma mostravano anche una ridotta “plasticità sinaptica” dell'ippocampo, la regione del cervello associata al sistema limbico che è determinante sia nella navigazione spaziale che nell'apprendimento.

“I nostri risultati – ha sottolineato l'autore principale dello studio – suggeriscono che i figli maschi dei cocainomani possono essere a rischio per il deficit di apprendimento”. Secondo gli studiosi la cocaina causerebbe cambiamenti epigenetici nel cervello della prole maschile, modificando l'espressione di geni legati alla D-serina, una forma molecolare dell'amminoacido serina che gioca un ruolo importante nei processi mnemonici. Al momento questi deficit sono stati riscontrati solo nei ratti; per confermare i medesimi effetti nell'essere umano i ricercatori intendono approfondire le proprie indagini. I dettagli dello studio sono stati pubblicati su Molecular Psychiatry.

[Foto di stevepb]