I pazienti psichiatrici che soffrono di psicosi sono considerati particolarmente esposti al rischio di contagiarsi col coronavirus SARS-CoV-2 e di sviluppare la forma grave della malattia (COVID-19) a causa di molteplici ragioni. Chi sperimenta questo disturbo mentale, infatti, a causa dello stato cognitivo può avere una minore consapevolezza del rischio rappresentato dall'infezione e può aderire meno alle misure anti Covid di base, come mantenere il distanziamento sociale, indossare la mascherina o lavarsi accuratamente le mani. Inoltre spesso si tratta di pazienti che vivono da tempo in strutture sanitarie – dove la pandemia ha colpito duramente soprattutto durante la prima ondata – e che presentano patologie pregresse (comorbilità) come obesità, diabete e malattie cardiovascolari e respiratorie, tutte strettamente associate al rischio di complicazioni e mortalità per COVID-19 (come il vizio del fumo, anch'esso diffuso tra i pazienti con psicosi). Nonostante ciò, un'approfondita indagine epidemiologica che ha coinvolto circa 700 pazienti con psicosi ha dimostrato che in questa categoria di pazienti non solo è stata registra una percentuale di contagi molto inferiore a quella attesa, ma nessuno ha sperimentato la COVID-19 grave ed è morto per essa. Gli scienziati sospettano che dietro questi dati vi siano i farmaci antipsicotici, che potrebbero proteggere i pazienti dall'infezione e dalle sue complicazioni.

A determinarlo è stato un team di ricerca spagnolo guidato da scienziati dell'Ospedale Universitario Virgen del Rocío di Siviglia, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi dell'Istituto di Biomedicina di Sevilla (IBIS), del Centro Investigación Biomédica en Red de Salud Mental (CIBERSAM) e del Dipartimento di Psichiatria dell'Università di Siviglia. Gli scienziati, coordinati dal professor Manuel Canal Rivero, psicologo clinico presso i centri spagnoli, sono giunti alle loro conclusioni dopo aver messo a confronto l'incidenza di contagi, infezioni gravi, ricoveri in terapia intensiva e decessi da coronavirus SARS-CoV-2 tra una popolazione di 698 pazienti psichiatrici con trattamento antipsicotico iniettabile di lunga durata (LAI) con quella della comunità adulta della città di Siviglia (557.576 persone con età superiore ai 18 anni).

Incrociando i dati, è emerso che tra febbraio e novembre 2020 sono risultati contagiate dal coronavirus 23.077 persone (4,1 percento del totale); fra esse appena in nove erano del gruppo con psicosi, pari all'1,3 percento della coorte. Uno soltanto ha sviluppato sintomi dell'infezione (diarrea). La percentuale di infettati tra i pazienti con psicosi rispetto al gruppo di controllo è risultata significativamente ridotta (p ≤ 0,001), ma è stata osservata anche una differenza nei ricoveri ospedalieri (8,5 percento nel gruppo di controllo, 0 percento in quello psicosi); nei ricoveri in terapia intensiva (0,9 percento contro 0 percento) e decessi (1,1 percento contro 0 percento). Come indicato, secondo gli esperti, i pazienti sottoposti a trattamento antipsicotico iniettabile di lunga durata potrebbero essere stati protetti proprio dai farmaci assunti. “Si potrebbe ipotizzare che gli antipsicotici possano svolgere un ruolo importante nella prevenzione dell'infezione da SARS-CoV-2 e possano esercitare effetti protettivi contro le complicazioni della COVID-19”, spiegano gli autori della ricerca nell'abstract dello studio.

“Questi sono risultati molto interessanti che riflettono una realtà clinica in cui vediamo pochi pazienti con COVID-19 grave, nonostante la presenza di vari fattori di rischio”, ha dichiarato in un comunicato stampa il professor Manuel-Rivero. “Il numero di pazienti con COVID-19 è inferiore del previsto in questo gruppo di persone, e nei casi in cui si verifica un'infezione comprovata, l'evoluzione è benigna e non raggiunge una situazione clinica pericolosa per la vita. Questi dati nel complesso sembrano indicare all'effetto protettivo del farmaco”, ha aggiunto lo specialista. Il principio attivo che potrebbe offrire benefici contro il coronavirus è l'aripiprazolo, così come altri farmaci antipsicotici basati su composti con proprietà simili. Secondo gli esperti ciò potrebbe dipendere dal fatto che questi farmaci sottoregolano i geni che spesso vengono alterati dalla COVID-19. “Abbiamo dimostrato in modo sorprendente come gli antipsicotici riducano l'attivazione dei geni coinvolti in molte delle vie infiammatorie e immunologiche associate alla gravità dell'infezione da Covid-19”, ha dichiarato il professor Crespo-Facorro, autore principale di un secondo studio (parallelo al primo) che ha indagato sull'azione dei farmaci. Queste scoperte potrebbero portare all'uso “off label” di medicinali antipsicotici per il trattamento della COVID-19, sia preventivo che attivo, qualora venisse definitivamente confermata l'efficacia. I dettagli della ricerca “Lower risk of SARS-CoV2 infection in individuals with severe mental disorders on antipsychotic treatment: A retrospective epidemiological study in a representative Spanish population” sono stati pubblicati sulla rivista scientifica specializzata Schizophrenia Research.