L affascinante fenomeno della sinestesia, inteso in psicologia come la singolare capacità di associare e contaminare sfere sensoriali diverse tra loro nell atto della percezione, è da anni oggetto di studi da parte di esperti interessati a conoscerne l origine fisiologica e le ragioni della sua sopravvivenza nel patrimonio genetico di alcuni.

Percepire il profumo di un un'immagine, vedere il colore di una nota o di un accordo musicale; non soltanto espedienti retorici ad uso e consumo di poeti, ma anche un fenomeno in cui alla stimolazione di un determinato senso corrisponde l'attivazione spontanea di una diversa sfera sensoriale, in una contaminazione tra emozioni e sensazioni che, da anni, è un vero e proprio enigma per gli studiosi. Sì, perché la sinestesia ( in greco, synaisthànomai, «percepisco assieme») si presenta come caratteristica psicologica in una percentuale di individui che oscilla tra il 2 ed il 4% della popolazione totale, con una componente genetica evidenziata dal fatto che il 40% dei sinestetici ha un membro della famiglia che presenta la medesima peculiarità: ragion per cui oggetto di numerosi studi negli ultimi anni è stata l'indagine delle cause fisiologiche celate dietro questo sorprendente «talento» e dei motivi per cui tale carattere non sia stato eliminato dal patrimonio genetico nel corso dell'evoluzione, ma venga ancora trasmesso ed ereditato.

Colori, parole e sensazioni – La complessità del nostro organismo fa in modo che i sensi, seppur autonomi tra loro, collaborino ed interagiscano, talvolta anche fornendo un aiuto al meccanismo che fissa i ricordi nella nostra mente (in alcuni casi di emozioni particolarmente forti può bastare un odore per rammentare, in maniera immediata ed automatica, le immagini associate a quel determinato stimolo) dando vita proprio ad una sinestesia che rende la memoria più salda e duratura, attenta a dettagli più o meno significativi: questa manifestazione blanda del fenomeno è largamente diffusa nella popolazione. Caratteristica di un numero assai limitato di soggetti, invece, è la sinestesia che si presenta nella sua «forma pura» in cui la reazione di un senso diverso da quello stimolato (associare un colore ad una lettera dell'alfabeto udita, ad esempio) è netta e assai ricorrente, indipendente dalla volontà, una sorta di capacità cognitiva che può costituire un valore aggiunto nelle potenzialità dell'individuo; proprietà distintiva di pochi, accuratamente custodita dal DNA, sulla cui origine gli studiosi indagano, cercando risposte ma, soprattutto, trovandosi dinanzi a nuovi interrogativi.

Le basi neurologiche della sinestesia – La sinestesia può essere una risposta ad alcune esperienze particolarmente intense quali la deprivazione sensoriale associata a meditazione, l'uso di sostanze stupefacenti ed allucinogeni, alcune tipologie di danni al cervello; ma oggetto principale degli studi degli esperti negli ultimi anni è, senza dubbio, quel 2-4% di soggetti sinestetici che presenta questa caratteristica come frutto di un'eredità genetica involontaria e stabile nel corso del tempo. Vilayanur Ramachandran è un neurologo che indaga proprio in questa direzione e, già da anni, ritiene che di aver individuato in un eccesso di comunicazioni tra le regioni sensoriali la base neurologica della sinestesia; ipotesi che, tuttavia, non gode di unanime appoggio all'interno della comunità scientifica proprio perché il fenomeno può essere indotto anche in maniera artificiale. Non si può dunque escludere totalmente che alcune connessioni neuronali, presenti nel cervello di tutti, siano semplicemente maggiormente attive e funzionali nei sinestetici, per ragioni ereditarie, ma passibili di essere stimolate esternamente in qualunque individuo.

Utilità e vantaggi per il cervello – In un caso o nell'altro, tuttavia, il quesito resta aperto: come mai questo carattere, la cui origine genetica potrebbe essere assai complessa e coinvolgere numerosi geni combinantisi tra loro, è sopravvissuto nell'ambito dell'evoluzione? La risposta dello stesso Ramachandran, autore assieme a David Brang di un lavoro recentemente pubblicato su PLoS Biology, sarebbe racchiusa nelle capacità intellettive notevolmente superiori degli individui sinestetici. I due studiosi dell'University of California di San Diego avrebbero infatti avuto modo di riscontare abilità mnemoniche e cognitive notevolmente superiori alla media: dalla semplice combinazione di sfere sensoriali diverse tra loro, dunque, risulterebbe un potenziamento delle capacità percettive ma anche di quelle legate alla memoria: e non a caso, secondo Ramachandran, nei poeti, nei musicisti e negli artisti, la sinestesia ricorrerebbe in percentuali notevolmente più alte.