Illustrazione del virus
in foto: Illustrazione del virus

Fu una «tempesta perfetta», fatta di eventi socialmente significativi e di piccoli fatti all'apparenza trascurabili, a creare le condizioni dalle quali avrebbe origine la pandemia che, ad oggi, ha infettato circa 75 milioni di individui in tutto il mondo: queste le conclusioni di uno studio, recentemente pubblicato da Science, che ha visto all'opera scienziati provenienti da diverse università del mondo, tra cui la britannica Oxford, l'americana UCLA, la belga KU Leuven. Il gruppo di ricerca ha analizzato le mutazioni registrate nel codice genetico dell'HIV, avendo così la possibilità di osservare "da vicino" le impronte della storia lasciate nel genoma del virus: qualcosa di molto simile ad un "marchio" che ha consentito agli studiosi di ricostruirne l'albero genealogico, risalendo fino alle sue radici.

Dalla scimmia all'uomo

Diverse volte accadde che un virus in grado di causare progressiva immunodeficienza "saltò" dall'organismo delle scimmie (nelle quali prende il nome di SIV) a quello degli esseri umani, presumibilmente attraverso il contatto tra liquidi biologici: le battute di caccia, a cui seguiva la macellazione della carne dei primati, erano i luoghi privilegiati affinché avvenissero tali scambi. Tuttavia, secondo quanto è stato possibile individuare dagli scienziati, fu solo a partire dai primi anni '20 che l'HIV iniziò a diffondersi divenendo prima endemico di specifici territori africani per diversi decenni ed esplodendo, successivamente, negli anni '80, finendo finalmente sotto gli occhi di tutto il mondo. La domanda che si ponevano gli scienziati era: perché proprio in quel momento, e non prima né dopo, il virus ha sperimentato tale massiccia diffusione che, col tempo, lo avrebbe portato in tutti i continenti?

Congo, 1920

Provate ad immaginare il contesto: lungo il fiume Sangha, quando il corso d'acqua attraversa il Camerun meridionale, qualcuno viene infettato intorno al 1920. Segue un viaggio direzione Kinshasa, all'epoca Léopoldville, capitale del Congo belga. Quando il virus arriva, si trova davanti un mondo in piena trasformazione: Kinshasa si presentava come la città più ampia e con un ritmo di crescita più veloce di tutti gli altri centri della regione. I collegamenti la rendevano appetibile per i lavoratori, il fiume Congo doveva apparire piuttosto trafficato e consentiva il trasporto di merci e di individui con le altre città; e poi c'era la ferrovia che consentiva di raggiungere la provincia del Katanga, dove centinaia di immigrati lavoravano nelle miniere locali, o l'altra grande città, Lubumbashi, all'epoca Elisabethville. Treni ed imbarcazioni trasportarono il virus in diversi angoli della regione per decenni.

Negli anni '60 il tasso di nuove infezioni era ormai diventato altissimo dato che, contestualmente, altri fattori contribuivano alla diffusione dell'HIV: i dati dell'epoca suggeriscono come, essendo Kinshasa meta di molti lavoratori immigrati da zone rurali, ci fosse una forte sproporzione nel rapporto tra la popolazione maschile e quella femminile. In pratica, era difficile per questi uomini mettere su una famiglia, viste le scarse ricorse: questo fatto causò un "aumento nella domanda" di prostitute, con conseguente incremento della promiscuità. Paradossalmente, anche i progressi nel settore medico del tempo probabilmente giocarono un ruolo importante, attraverso l'utilizzo e il riutilizzo di aghi non sterilizzati adeguatamente per la somministrazione di farmaci finalizzati a contrastare altre patologie. Fino a quel periodo, i due gruppi M ed O del ceppo HIV-1 (il più diffuso in Europa, America e Africa centrale, e oggetto dello studio) avevano mostrato andamento epidemiologico simile: in quegli anni, tuttavia, iniziò la differenziazione che portò il gruppo M a diventare estremamente più capace di diffondersi.

La carenza di informazioni storiche

Come è noto, l'HIV determina il collasso del sistema immunitario, esponendo il contagiato ad ogni tipo di infezione: questo significa che, durante quegli anni, le persone che avevano l'HIV non presentavano sintomi specifici che, magari annotati tra i registri medici, avrebbero potuto aiutare oggi a ricostruire la storia della comparsa dell'epidemia attraverso gli archivi degli ospedali. La genetica è la sola fonte di informazione a disposizione degli studiosi, mentre le notizie relative alle circostanze del periodo possono soltanto andare ad integrare quei dati, ha spiegato il professor Oliver Pybus, biologo evoluzionista presso la Oxford University e primo firmatario dell'articolo. E proprio i dati genetici evidenziano una rapida espansione dell'HIV nel territorio corrispondente alla moderna Repubblica Democratica del Congo, Paese che si estende su un'area pari a quella del'intera Europa occidentale.

Tra gli anni '30 e '50, il virus viaggiò sui fiumi e sui binari, tra il nord e il sud del Paese; a partire dagli anni '60 cessò il suo isolamento in specifici gruppi di persone e iniziò ad espandersi, in coincidenza con l'indipendenza raggiunta dallo Stato africano, originando i primi casi sporadici al di fuori dei confini iniziali. Il mondo si stava allargando e la rivoluzione sessuale del decennio successivo avrebbe dato l'ennesimo contributo alla diffusione di quel "mal sottile" che faceva consumare i malati per cause impossibili da stabilire. «Una parte della storia possiamo soltanto insinuarla. Senza una macchina del tempo è veramente difficile provare la casualità. Ma possiamo a buon diritto essere sicuri di conoscere il quando e il dove tutto questo accadde».