In Europa il 50% delle diagnosi di HIV viene fatta in ritardo. In altri termini, in un paziente su due l'infezione si individua solo quando si trova a uno stadio già avanzato. Ma non solo. La regione europea controllata dall'Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è l'unica al mondo dove le infezioni dal virus sono in aumento, con ben 160mila nuovi casi ogni anno, dei quali 29mila provenienti dai Paesi dell'Unione Europea (5.9 infezioni ogni 100mila abitanti). I drammatici dati, relativi all'anno 2016, sono stati diffusi dal Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC).

Secondo il direttore dell'agenzia europea, il dottor Andrea Ammon, l'Unione Europea dovrebbe fare molto di più per contrastare la diffusione dell'HIV, anche perché nel nostro territorio il tempo medio che passa dall'infezione alla diagnosi è troppo lungo e permette il proliferare dei contagi. Per abbattere questi numeri è necessario “garantire una diagnosi precoce per tutti, raggiungere i gruppi più a rischio e le persone più vulnerabili”, ha sottolineato Vytenis Andriukaitis, il Commissario europeo per la salute. L'obiettivo, spiega il dirigente, può essere raggiunto con iniziative di sensibilizzazione in grado di travalicare i confini nazionali, ma soprattutto col duro contrasto dello stigma e della discriminazione che coinvolge i soggetti più esposti alla patologia.

L'epidemia di HIV in Europa cresce soprattutto nei territori orientali, dove vengono diagnosticati l'80 percento dei 160mila casi. Il dato preoccupa gli scienziati dell'OMS anche perché una simile tendenza in crescita potrebbe ritardare l'obiettivo di debellare definitivamente l'AIDS entro il 2030, come sottolineato dalla dottoressa Zsuzsanna Jakab, direttore regionale dell'OMS per l'Europa. “Fare i test in ritardo, in particolare alle persone a più alto rischio di infezione, si traduce in un trattamento tardivo e contribuisce ulteriormente alla diffusione dell'HIV”, ha ribadito la specialista. La diagnosi tardiva riguarda soprattutto pazienti con età superiore ai 50 anni, circa il 65 percento del totale. L'AIDS, per il quale si avvicina la creazione di un vaccino efficace, continua dunque a far paura.

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