Il Gran Chaco è un ecosistema unico al mondo, compreso tra i confini di Paraguay, Bolivia ed Argentina, minacciato dalla crescente deforestazione che ne ha già vistosamente ridotto il territorio, mettendo in pericolo non solo la biodiversità della regione ma anche la popolazione autoctona minacciata dall'estinzione.

Un ecosistema che andrebbe tutelato perché assolutamente unico ma che, purtroppo, è sempre più soggetto alla colonizzazione da parte degli esseri umani; regione che si estende lungo i confini nazionali di Argentina, Bolivia, Brasile e Paraguay, vero e proprio tesoro di biodiversità che, tuttavia, nel corso degli ultimi anni si sta assottigliando sempre di più: il Gran Chaco è stato privato nel 2011, secondo le stime della ONG Guyra Paraguay aggiornate al 30 novembre, di ben 253.961 ettari di foreste, contro i 240.000 registrati nel corso dell'anno precedente.

Una terra sempre più sotto minaccia perché, in unione alla deforestazione, la pesante spada di Damocle del global warming pende su quella che, un tempo, doveva essere una enorme aera incontaminata, un punto in cui il nostro pianeta poteva concedersi di respirare liberamente; lì il popolo degli Ayoreo sta disperatamente tentando di resistere all'avanzata del «progresso» che, in quei luoghi, significa principalmente aggressione al territorio: cacciatori e raccoglitori, vennero in contatto con il resto del mondo verso la metà del secolo scorso e, da allora, ne hanno conosciuto solo la parte peggiore.

Molti di essi vennero condotti forzatamente fuori dalla foresta, deportati e costretti a vivere lontani dalla terra natia tra la fine degli anni '60 e gli anni '80: alcuni morirono durante i violenti scontri che si verificarono nel corso di vere e proprie «cacce all'uomo» istituite da alcuni missionari fondamentalisti americani, altri finirono decimati da virus contro i quali non avevano sviluppato un'adeguata risposta immunitaria. Tra gli Ayoreo, il gruppo che maggiormente vive in isolamento rispetto alla comunità è quello dei Totobiegosode anche se molti membri di questo popolo hanno continuato ad uscire dalla foresta fino al 2004.

Sono proprio questi ad essere minacciati in prima persona dal crescente processo di deforestazione che sta devastando l'ambiente del Gran Chaco americano: protetti poco, o per niente, da una legislazione ad hoc, gli indigeni finiscono sempre più per scontrarsi contro imprenditori stranieri che non trovano in alcuna norma a tutela del territorio un valido ostacolo per porre un freno alle proprie pratiche di disboscamento, incendi, conversione di aree incontaminate in terreni destinati alle coltivazioni. Sotto accusa, in particolare, secondo Survival una compagnia brasiliana che possiede un appezzamento di 78 000 ettari, proprio nei pressi di un'area in cui sono stati avvistati alcuni Totobiegosode mai venuti a contatto con l'esterno.

Ma la persecuzione contro questa gente, che vive cacciando cinghiali e tartarughe, nutrendosi di miele e coltivando zucche, fagioli e meloni, viene da ogni parte e la denuncia presentata all'ONU sull'allarmante situazione in cui versa un'intera popolazione non ha ancora sortito alcun effetto; i Totobiegosode, normalmente raccolti in piccole comunità di quattro o cinque famiglie ciascuna, devono a tutti i costi essere protetti assieme al loro territorio ed hanno già fortemente fatto sentire la propria voce nel marzo del 2010 contro la deforestazione illegale che il gruppo agro-alimentare brasiliano stava compiendo a loro danno.

Il Gran Chaco è un ecosistema la cui biodiversità è minacciata dalla deforestazione, assieme al suo popolo autoctono

Nel frattempo la siccità avanza e la gestione territoriale totalmente negligente degli ultimi anni si sta rivelando nella crescente desertificazione; mentre gli Ayoreo ormai usciti dalla foresta, perso tutto quello che avevano ovvero l'amato suolo, hanno come unica possibilità di sopravvivenza quella di lavorare come braccianti sottopagati negli allevamenti di bestiame che occupano quelle terre che, non molto tempo prima, erano le case dei loro avi.