Un pianeta nano, oscuro, ghiacciato e girovago: così potremmo definire Cerere, formatosi da qualche parte nelle regioni più esterne del Sistema Solare e successivamente migrato verso la posizione in cui lo troviamo oggi. Almeno questa è la conclusione a cui sono giunti gli scienziati, grazie ai dati raccolti dallo spettrometro ad immagine VIR-MS (Visible and Infrared Mapping Spectrometer), fornitura dell’Agenzia Spaziale Italiana.

Ammoniaca su Cerere

Lo strumento – parte dell’armamentario di bordo della sonda Dawn che da marzo di quest’anno osserva Cerere dopo aver esaminato l'asteroide Vesta – ha identificato tracce di argilla contenti ammoniaca sulla superficie planetaria: questo è un elemento di primaria importanza per comprenderne la storia evolutiva. Le attuali condizioni di temperatura e pressione, infatti, non consentono all'ammoniaca di sopravvivere sulla superficie dell’oggetto; ma quel che è strano è che anche in passato non avrebbero potuto formarsi le quantità necessarie. Quindi è possibile affermare che Cerere potrebbe essersi formato altrove, più precisamente nella fascia di asteroidi compresa tra Marte e Giove: è quanto sostenuto dagli autori dello studio, pubblicato da Nature.

DAWN ci sta aiutando a comprendere la formazione e l’evoluzione del Sistema Solare. Nei primi miliardi di anni, i pianeti erano ancora in movimento prima di raggiungere l’equilibrio orbitale attuale e sembra che anche Cerere abbia compiuto lo stesso percorso. Questa tesi contrasta la teoria secondo cui la fascia di asteroidi è composta anche dai "resti" di un pianeta che non è riuscito a formarsi a causa degli effetti gravitazionali di Giove. – Raffaele Mugnuolo, responsabile ASI per la missione

Rappresentazione artistica della sonda Dawn con il pianeta nano Cerere
in foto: Rappresentazione artistica della sonda Dawn con il pianeta nano Cerere

Macchie luminose

In un altro lavoro pubblicato da Nature, Andreas Nathues del Max-Planck-Institut di Gottinga, spiega come le macchie candide che disegnano la superficie di Cerere siano costituite con buone probabilità da solfato di magnesio idrato, mescolato con altri materiali: i depositi fotografati, in particolare, sono quel che resta dopo la sublimazione dei ghiacci, fenomeno che produce la formazione di nebbie che appaiono e scompaiono seguendo il trascorrere del giorno.