orsi polari

Con il ghiaccio che si scioglie "sotto le loro zampe", gli orsi polari sono sempre più minacciati dai cambiamenti climatici e da tutti gli stravolgimenti che riguardano il loro territorio, un tempo incontaminato nella sua vastità, oggi piegato sotto l’assedio di piani di trivellazione e trasformato in una sorta di discarica chimica di pericolosissimi agenti inquinanti di uso comune in Europa e Stati Uniti. I grandi mammiferi fanno quel che possono per resistere: si adattano alle nuove esigenze, mettono a frutto le proprie abilità di eccellenti nuotatori per procurarsi il cibo, spingendosi sempre più spesso fin verso le coste; in condizioni normali, in realtà, l'orso utilizza una tecnica di caccia nota per la sua astuzia, restando in silenzioso ascolto del rumore sotto il ghiaccio ed uccidendo le foche, suo principale nutrimento, con la sua possente zampata.

Già da diversi anni, esperti e biologi hanno lanciato l’allarme relativo alla condizione degli orsi polari dell’Artide; nel 2008 la specie Ursus Maritimus venne classificata tra quelle vulnerabili al rischio di estinzione ma, da allora, alcun piano per la sua salvaguardia è stato ideato o messo a punto. Senza ombra di dubbio la situazione è assai complessa: basti considerare l’aspra geografia del territorio che è la dimora di questi enormi mammiferi; tuttavia l’avanzata del riscaldamento globale (non più una leggenda da catastrofisti, ma una realtà che sta iniziando a manifestarsi in tutta la sua gravità proprio nel più fragile territorio artico) pone dinanzi alla prospettiva drammatica secondo la quale, nel giro di un paio di decenni, potrebbero essere tantissimi gli orsi a morire di fame, con disastrose conseguenze che porterebbero alla scomparsa dei due terzi della popolazione totale entro il 2050, stando agli studi condotti negli ultimi anni.

derocher

Le soluzioni proposte per rispondere alla crisi che potrebbe verificarsi nel giro di pochi anni hanno sempre avuto come principali autori scienziati, ambientalisti, esperti ed accademici ma, assai raramente, sono intervenute nel merito le autorità dei sei Stati lungo i quali si estende l’habitat dell’orso polare (che sono Alaska, Canada, la Danimarca con la Groenlandia, Islanda, Norvegia, Russia); anzi, poche settimane fa, un giudice federale dell'Alaska ha rispedito al mittente, giudicandolo inadeguato, un progetto che prevedeva la designazione di una vasta area nello Stato americano destinata esclusivamente alle creature che vivono tra i ghiacci. Anche l’ultima iniziativa relativa alla questione proviene da un docente della University of Alberta, Andrew Derocher, che sulla rivista Conservation Letters, riapre il dibattito relativo ai rapidi mutamenti in atto nell'ecosistema artico e alle conseguenti politiche da adottare al fine di conservare una specie che, in questo momento, sta soffrendo con particolare intensità le conseguenze legate al riscaldamento globale e che, in virtù di ciò, merita una protezione particolare.

Consultazioni, valutazioni sui costi e sulle problematicità, possibilità di successo e probabilità di fallire: elementi da iniziare a prendere in considerazione dinanzi all'eventualità che un giorno si profili una vera e propria emergenza per gli orsi polari. Si parla di portare, grazie a piccoli aerei o elicotteri, direttamente della carne di foca ai mammiferi che progressivamente si ritirano verso i territori più settentrionali; o ancora di aiutarli trasferendoli in riserve protette durante la stagione in cui i ghiacci iniziano a dissolversi, per poi riconsegnarli alle proprie terre durante l'inverno. Progetti sul tavolo e nulla più, dal momento che tutti sembrano destinati a comportare gravi difficoltà; ma il segnale che un dibattito sul problema deve necessariamente prendere inizio e, soprattutto, chiamare all'appello i governi dei singoli Paesi per intervenire sulla situazione, prima che diventi irrimediabile.