Gli animali selvatici allevati in cattività subiscono modifiche agli organi che potrebbero rendere problematico il reinserimento in natura delle generazioni successive. Lo ha dimostrato un team di ricerca australiano dell'Università di Wollongong e dell'Università del Nuovo Galles del Sud. Gli studiosi, coordinati dalla professoressa Stephanie K. Courtney Jones, docente presso la Scuola di Scienze Biologiche dei due atenei, hanno voluto indagare sui potenziali cambiamenti morfologici – sia interni che esterni – negli animali catturati in natura e allevati, concentrandosi in particolar modo sulla loro prole.

Courtney Jones e colleghi hanno messo a confronto la morfologia di topi (Mus musculus) selvatici e in cattività, e sebbene non abbiano evidenziato alcuna differenza esterna, hanno osservato una riduzione della milza e dei reni nei topi allevati già dopo una generazione. Ciò non era dovuto a una differenza nell'alimentazione – i ricercatori hanno fatto in modo di nutrire i topi in cattività esattamente come in natura -, ma nella maggiore facilità con cui potevano ottenere il cibo. Benché non sostanziale, la differenza fra la massa degli organi potrebbe fare una notevole differenza in natura, mettendo a repentaglio la sopravvivenza.

Perché è un dato rilevante? Sapere che è sufficiente una sola generazione per scatenare modifiche agli organi potenzialmente dannose, può avere un impatto significativo in tutti quei programmi di reintroduzione di animali minacciati di estinzione. Talvolta, infatti, gli ultimi esemplari di una specie vengono trattenuti in cattività con la speranza di farli accoppiare e introdurre le generazioni successive nel proprio habitat naturale, ma se la cattività fa sorgere differenze morfologiche dannose, l'intero progetto può trasformarsi in un flop. Non è un caso che alcune reintroduzioni non abbiano funzionato. I ricercatori impegnati questi progetti devono dunque trovare percorsi alternativi per tutelare gli animali minacciati, preferibilmente nel loro habitat naturale. I ricercatori australiani hanno pubblicato i dettagli dell'indagine sulla rivista scientifica Royal Society Open Science.

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