Ogni anno, a partire dal 1988, il primo dicembre si celebra la Giornata Mondiale contro l'AIDS, una ricorrenza nata per sensibilizzare l'opinione pubblica sulla patologia, informare su rischi e prevenzione e per divulgare le informazioni relative a diffusione e conquiste scientifiche più recenti. Ogni evento ha il proprio tema centrale, e quello del 2019 è “Le comunità fanno la differenza”, per “riconoscere il ruolo essenziale che le comunità hanno svolto e continuare a svolgere nella risposta all'AIDS a livello internazionale, nazionale e locale”, come indicato sul portale dedicato all'iniziativa. Benché il trend generale dei casi sia in costante diminuzione, a circa 40 anni dalla sua scoperta l'AIDS (acronimo di Acquired Immune Deficiency Syndrome – Sindrome da Immunodeficienza Acquisita) continua a mietere ancora un numero considerevole di vittime. Per comprendere meglio la situazione abbiamo contattato la dottoressa Barbara Suligoi dell'Istituto Superiore di Sanità (ISS). Ecco le sue risposte.

Dottoressa Suligoi, in base all'ultimo rapporto del Programma delle Nazioni Unite per l'AIDS/HIV (UNAIDS) nel 2018 ci sono stati 1,7 milioni di nuovi casi e ben 770mila morti. Perché l'AIDS colpisce e uccide ancora così tante persone?

Dalla metà degli anni ’90, in tutte le aree del mondo le nuove infezioni da HIV sono diminuite o stabilizzate, tranne che in Europa dell’est, dove aumentano. Le morti per HIV-AIDS sono in continua diminuzione a livello mondiale dal 2005. Quindi, globalmente l’impatto dell’HIV si è molto ridimensionato negli ultimi decenni.

Nel 2016 l'ONU annunciò la “Road Map” aggiornata verso l'eradicazione della malattia, con l'obiettivo di portare le infezioni annue al di sotto delle 500mila entro il 2020, ovvero abbattere del 75% quelle rilevate nel 2010. Visti i recenti dati, sembra difficile cogliere il virtuoso traguardo. Secondo lei quanto tempo potrebbe essere necessario per eliminare definitivamente l'AIDS? Come mai non si è riusciti a “rispettare” la tabella di marcia?

In alcune zone del mondo, come in Europa orientale, l’epidemia è ancora in espansione perché l’HIV è entrato più tardi e le misure di controllo sono state intraprese in anni più recenti; ma è bene sottolineare che in altre zone considerate altamente epidemiche, come l’Africa sub-sahariana, sono stati raggiunti notevoli successi e il numero delle nuove infezioni è in costante decremento. Quindi, l’obiettivo previsto per il 2020 potrà subire dei rallentamenti ma verrà certamente raggiunto.

La percezione dell'opinione pubblica sulla gravità della malattia si è ridotta, rispetto al passato?

La percezione generale del rischio HIV è sicuramente ridotta rispetto agli anni ’90; probabilmente l’opinione pubblica ritiene erroneamente che l’HIV non sia più un problema grazie alle nuove terapie o alla scoperta del ‘fantomatico’ vaccino preventivo, che tuttavia non è neppure all’orizzonte!

Qual è la situazione in Italia? E quali sono le fasce di popolazione più a rischio di contrarre il retrovirus dell'HIV?

Nel 2018 si è osservata per la prima volta una marcata diminuzione (di circa il 20% rispetto all’anno precedente) delle nuove diagnosi di in Italia. La riduzione interessa tutte le modalità di trasmissione, sia gli eterosessuali che gli MSM ed è probabilmente da attribuire in buona parte all’efficacia delle terapie antiretrovirali ed alle nuove linee guida terapeutiche che prevedono un inizio precoce del trattamento dopo la diagnosi. Se tale riduzione si manterrà negli anni prossimi è tuttavia ancora da verificare. Purtroppo aumenta la quota di persone (57% nel 2018) che scoprono di essere sieropositive molti anni dopo essersi infettate e vengono pertanto diagnosticate quando il loro sistema immunitario è già compromesso; questo è evidentemente l’effetto di una scarsa consapevolezza sulla diffusione ancora ampia di HIV nel nostro Paese e del rischio che si corre di contrarre l’HIV se non si seguono le regole del ‘safe sex’ (sesso sicuro). La riduzione delle nuove diagnosi appare più evidente al centro-nord che non al sud. Viceversa, tra gli stranieri si osserva una relativa stabilizzazione delle nuove diagnosi evidenziando una possibile vulnerabilità di questa popolazione nell’accesso ai servizi di assistenza per HIV. I giovani tra i 25 e i 29 anni costituiscono il gruppo maggiormente colpito in termini di incidenza, sottolineando l’urgenza di strategie di prevenzione mirate agli adolescenti ed ai giovanissimi. Dai dati emerge altresì che l’offerta del test HIV in contesti informali (test in piazza, auto test, test in strada, easy test, test in sedi extrasanitarie) costituisce uno strumento prezioso per raggiungere i giovani e identificare nuove diagnosi. Se precocemente diagnosticata e trattata, l’infezione da HIV presenta sempre di più i connotati di una patologia cronica. Altrimenti, in assenza di diagnosi, l’HIV può restare asintomatico e silente per molti anni prima della comparsa dei primi sintomi. È pertanto cruciale informare in modo continuativo il cittadino (in particolare i giovani) sulla diffusione di questa infezione al fine di non sottovalutarne la rilevanza. Non dimentichiamo che negli ultimi 10 anni stiamo osservando un aumento costante delle infezioni sessualmente trasmesse (IST) e che la percentuale di positività all’HIV in queste persone è circa quarantacinque volte più elevata di quella stimata nella popolazione generale. L’effettuazione del test HIV, da eseguire ogni qualvolta ci si sia esposti a rapporti sessuali non protetti con persone di cui non si conosce bene lo stato di salute, e l’uso delle norme del sesso sicuro, che consentono di proteggersi non solo dall’HIV ma anche da numerose altre IST, costituiscono due strumenti cardine per la prevenzione ed il controllo di questa infezione tuttora dilagante.

I dati HIV-AIDS sono disponibili sul Notiziario dell’ISS al seguente link

I dati IST sono disponibili sul Notiziario dell’ISS al seguente link

Informazioni dettagliate vengono fornite dagli esperti del Telefono Verde AIDS e IST (800 861 061), dell’Istituto Superiore di Sanità, o consultando il seguente sito