Nel momento in cui stiamo scrivendo, sulla base della mappa interattiva messa a punto dagli scienziati americani dell'Università Johns Hopkins, in Spagna si registrano quasi 940mila infezioni complessive da coronavirus SARS-CoV-2 e 33.775 decessi (in Italia i contagi ufficiali sono 391mila e i morti 36.427). Questi dati rendono lo Stato della Penisola Iberica uno dei più colpiti in assoluto in Europa, e come la Francia in queste ultime settimane sta vivendo un drammatico incremento dei casi. C'è tuttavia una parte del Paese dove la situazione epidemiologica sta migliorando ed è proprio l'area di Madrid, una delle più pesantemente colpite durante la prima ondata della pandemia. La ragione di questo risultato positivo risiede nell'approccio adottato dal governo locale, ovvero andare a caccia del virus nelle fogne e chiudere con mini-lockdown i soli quartieri dove stanno per scoppiare nuovi focolai. Insomma, prevenire meglio che curare.

A spiegare il “metodo Madrid” è Isabel Díaz Ayuso, presidente della Comunidad di Madrid e membro del Partito Popolare. Intervistata dal Corriere della Sera, la governatrice – in aspro contrasto col Governo nazionale guidato da Pedro Sanchez – ha affermato che questa inversione di tendenza nei tassi di contagio della capitale si è avuto proprio grazie all'approccio adottato. “Misuriamo il virus nelle acque reflue. Abbiamo capito che sopra una certa soglia, entro 48 ore esploderà un focolaio. Siamo stati in grado di chiudere preventivamente”, ha dichiarato al quotidiano italiano la Díaz Ayuso. Ciò, di fatto, ha permesso di chiudere solo le aree più a rischio e non l'intero territorio metropolitano, tutelando così il tessuto economico e quanto più possibile la libertà di spostamento delle persone. “Dal 27 settembre all’11 ottobre il tasso di diffusione si è almeno dimezzato nei quartieri che avevamo chiuso”, ha specificato la governatrice, aggiungendo con orgoglio che il merito di questa riduzione è della sua amministrazione e non del governo centrale, che invece punta a “circoscrivere il perimetro” di aree più grandi (intere città) e non i singoli quartieri, permettendo la diffusione del patogeno tra zone sane e altre con tassi elevati di trasmissione.

Il "metodo Madrid" in realtà non è totalmente nuovo, dato che negli Stati Uniti viene sfruttato non solo per proteggere le singole città, ma addirittura complessi circoscritti come i campus universitari. Ad esempio in quello dell'Università dell'Arizona vengono fatti test delle acque reflue regolarmente, e ciò ha evitato lo scoppio di un focolaio in piena estate. Durante un controllo sono state trovate tracce di coronavirus associate al dormitorio Likins Hall, e così le autorità hanno sottoposto al tampone tutti gli studenti; ne sono stati individuati due positivi e senza sintomi. Grazie al loro isolamento è stato possibile spegnere un nuovo focolaio che avrebbe potuto coinvolgere l'intero ateneo. Gli scienziati dell'Università di Yale verificano le concentrazioni di coronavirus nelle acque reflue e nei fanghi di depurazione della città di New Haven (Connecticut) ogni giorno, e analizzando i dati hanno capito che quando si superano certe soglie, a una settimana di distanza in un determinato punto della città si svilupperà un nuovo focolaio. Madrid ha seguito questo esempio e ha iniziato a isolare i quartieri a rischio, senza coinvolgere l'intera città, con risultati significativi in termini di trasmissione dei contagi.

Che le analisi delle acque reflue possano essere un importante campanello d'allarme per la pandemia lo dimostrano anche i dati in Italia. L'Istituto Superiore di Sanità (ISS), ad esempio, nei mesi scorsi ha accertato che tracce di coronavirus erano presenti nelle fognature di Milano e Bologna già a partire da dicembre del 2019. Nessuno, naturalmente, all'epoca si immaginava cosa sarebbe accaduto un paio di mesi dopo, ma è evidente che monitorare le fogne può essere un metodo efficace per spezzare la catena dei contagi.