Dal prossimo 4 maggio entreremo ufficialmente nella cosiddetta “Fase 2” dell'emergenza coronavirus, con un ulteriore (benché limitato) allentamento delle misure draconiane di contenimento, introdotte da marzo in tutta Italia per spezzare la catena dei contagi. Pur con alcune criticità ancora presenti, queste misure stanno funzionando egregiamente a livello nazionale, come dimostrano i numeri dei contagiati, dei ricoverati in terapia intensiva e in misura minore dei decessi giornalieri. Qualora infatti queste misure non venissero eliminate in maniera graduale e non fossero sostenute da un massiccio uso dei tamponi rino-faringei per individuare e isolare i casi positivi, dal distanziamento sociale e da altri accorgimenti rischieremmo circa 70mila morti entro la fine dell'anno.

A suggerirlo un team di ricerca italiano guidato da scienziati dell'Università di Trento, che hanno collaborato a stretto contatto con i colleghi del Dipartimento di Scienze Matematiche, Informatiche e Fisiche dell'Università di Udine, della Divisione delle malattie infettive presso la Fondazione IRCCS Policlinico San Matteo e del Dipartimento di Elettronica, Informazione e Bioingegneria del Politecnico di Milano. Tra gli scienziati guidati dalla professoressa Giulia Giordano, docente presso il Dipartimento di Ingegneria Industriale dell'ateneo trentino, figura anche il Raffaele Bruno, che ha seguito da vicino il caso di Mattia, il 38enne di Pavia balzato agli onori della cronaca come “paziente 1” da quando fu ricoverato all'ospedale di Codogno (e poi trasferito proprio a Pavia, dove esercita l'infettivologo).

Giordano e colleghi hanno messo a punto un nuovo modello epidemiologico che hanno deciso di chiamare SIDARTHE, sulla base degli otto stadi dell'infezione che prende in esame. Il nome è infatti l'acronimo di Suscettibile (Susceptible – S); Infetto (Infected – I); Diagnosticato (Diagnosed – D); Malato (Ailing – A); Riconosciuto (Recognized – R); Grave (threatened – T); Guarito (Healed – H) e Deceduto (Extinct – E). Plasmandolo sui dati raccolti in Italia tra il 20 febbraio 2020 e il 5 aprile (46 giorni in tutto), e verificando l'impatto delle misure draconiane sulla diffusione dell'infezione, hanno potuto fare proiezioni a lungo termine in diversi scenari. Ad esempio, ha spiegato la Giordano all'AdnKronos, se avessimo rimosso le misure lo scorso 9 aprile, in base al modello avremmo avuto 70 mila entro la fine dell'anno. Ma un risultato analogo lo si avrebbe con una Fase 2 senza accorgimenti. “Un ‘liberi tutti' il 4 maggio, senza una campagna massiccia di test, un tracciamento meticoloso dei contatti, misure di protezione e distanziamento sociale potrebbe portare a un risultato analogo”, ha sottolineato la scienziata all'agenzia di stampa.

Mettendo a confronto i dati reali con quelli delle previsioni fatte col modello SIDARTHE, il team della Giordano è giunto alla conclusione che per ottenere i risultati sperati le misure di distanziamento sociale “dovranno essere combinate con test diffusi e tracciabilità dei contatti per porre fine alla pandemia di COVID-19 in corso”. La Fase 2, in pratica, dovrà essere portata avanti attraverso un rigoroso piano di tamponi rino-faringei e test sierologici per il maggior numero di persone. La speranza è che venga fatto un uso massiccio dell'applicazione Immuni per individuare e isolare tutti i contatti dei soggetti positivi. I dettagli della ricerca italiana sono stati pubblicati sull'autorevole rivista Nature Medicine.