Un team di ricerca del Centro statunitense per gli studi atmosferici (NCAR) ha determinato che l'asteroide Chicxulub, responsabile dell'estinzione dei dinosauri (non aviani) e di altri gruppi animali, provocò due anni di oscurità, un crollo delle temperature e il blocco della fotosintesi. La teoria proposta dagli studiosi americani, con i quali hanno collaborato anche esperti della NASA, non è dissimile da quella elaborata dai colleghi del Potsdam Institute for Climate Impact Research in Germania. In un articolo pubblicato su Geophysical Research Letters, infatti, gli studiosi tedeschi ipotizzano che l'impatto dell'asteroide sollevò un imponente aerosol di solfati in grado di oscurare il Sole, condannando gli animali sopravvissuti all'impatto a una morte lenta, al gelo e al buio.

Secondo i risultati del nuovo studio, coordinato dal paleontologo Charles Bardeen ed elaborato sempre attraverso una simulazione al computer, l'asteroide di 10 chilometri precipitato 66 milioni di anni fa nell'attuale penisola dello Yucatan (Messico) avrebbe ucciso larga parte degli animali a causa di tsunami, terremoti e incendi. Una volta colpita la superficie terrestre, infatti, avrebbe sollevato nell'atmosfera un'enorme quantità di rocce incandescenti, che ricadendo al suolo avrebbero innescato vastissimi incendi in tutto il pianeta. Anche lo strato di ozono avrebbe subito gravissimi danni, permettendo così il passaggio di radiazioni ultraviolette particolarmente nocive per gli esseri viventi.

In cielo si sarebbero sollevate tonnellate di fuliggine prodotte dalle foreste in fiamme, in quantità tali da oscurare il 99 percento dei raggi solari per un biennio. Ciò determinò un abbassamento repentino delle temperature (fino a 16° centigradi) e il blocco della fotosintesi, in particolar modo del fitoplancton, alla base della catena alimentare marina. Una serie di effetti a cascata devastanti che nel giro di un tempo relativamente breve determinò la scomparsa del 75 percento delle specie viventi, cambiando per sempre il volto della Terra. I dettagli della ricerca sono stati pubblicati sulla rivista scientifica PNAS.

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